[contromafia]
 

lunedì, 16 novembre 2009

Preso Raccuglia

PALERMO - Domenico Raccuglia, il padrino che ha ereditato i segreti finanziari di Bernardo Provenzano, si nascondeva in una stanza al buio di una vecchia palazzina a 4 piani di Calatafimi, provincia di Trapani. Ma non rinunciava ai talk-show della domenica. La televisione ha tradito il boss che polizia e carabinieri cercavano dal 1996, da quando faceva da carceriere, per ordine di Giovanni Brusca, al figlio tredicenne del pentito Santino Di Matteo. Per giorni quella palazzina di Calatafimi era apparsa disabitata ai poliziotti della Catturandi della squadra mobile di Palermo e ai colleghi del Servizio centrale operativo. Eppure, le indagini portavano tutte lì, in via del Cabbasino 20.

Ieri pomeriggio, poco dopo le 17, i padroni di casa sono entrati e usciti velocemente. Poi, di nuovo tutto buio. Qualche attimo dopo, un televisore si è acceso al quarto piano. Ed è stata la conferma attesa da giorni. Il blitz è scattato mezz'ora dopo, quando da Palermo è arrivato il via libera del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene. Mimmo Raccuglia ha lanciato uno zaino dalla finestra, ha impugnato il revolver e ha tentato una fuga sui tetti, ma non ha avuto scampo. Al suo arrivo in questura è stato accolto dagli slogan antimafia dei giovani di Addiopizzo.

È finita così la latitanza del boss che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso definisce "il numero due, per peso criminale, nella lista dei ricercati di Cosa nostra, dopo Matteo Messina Denaro". Da killer al servizio di Giovanni Brusca, Raccuglia aveva esteso il potere dalla sua Altofonte, paesino della provincia di Palermo, al confine con il Trapanese. E soprattutto, era diventato uno specialista nell'inquinamento degli appalti pubblici: gli inquirenti ne avevano avuto conferma leggendo i pizzini di Bernardo Provenzano. Ma fino a ieri il rampante quarantacinquenne Raccuglia, nome in codice "il Veterinario", era riuscito a beffare ogni indagine. Ogni anno, a giugno, la moglie scompariva dalla casa di Altofonte e poi si faceva rivedere a settembre. L'anno scorso, tornò incinta. Questa estate, per la prima volta, Maria Castellese era rimasta in paese: i carabinieri avevano cercato il latitante nel monastero di Piana degli Albanesi, e qualche giorno dopo una fonte aveva riferito che il boss era riuscito a fuggire in extremis, travestito da frate.


"Abbiamo fermato un capomafia in piena operatività", dicono il procuratore di Palermo Messineo e il sostituto Buzzolani. In quella borsa lanciata dalla finestra c'erano centomila euro in contanti, pistola e mitraglietta cinese. Ma soprattutto, tanti pizzini, che potrebbero contenere la chiave per decifrare gli affari di Cosa nostra. "Raccuglia era un soggetto chiave per la riorganizzazione mafiosa - spiega il pm Del Bene - il fatto che sia stato fermato nel Trapanese deve far riflettere". Non ha dubbi Giuseppe Lumia, l'ex presidente della Commissione antimafia: "C'era già un nuovo asse fra Palermo e Trapani, fra Raccuglia e Messina Denaro. Cosa nostra è tornata insidiosa e le risorse per combatterla non bastano". Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, che ha telefonato al capo della polizia Manganelli per complimentarsi, commenta: "L'arresto è uno dei colpi più duri inferti alle mafie negli ultimi anni". In manette è finita la coppia proprietaria della palazzina.


tratto da repubblica.it

postato da: carcarazzo | 11:24 | commenti

sabato, 17 ottobre 2009

FEDELI NEI SECOLI

PALERMO - Con il "papello" nelle mani dei procuratori siciliani le indagini sulle stragi e sulla "trattativa" si stringono sui reparti speciali dei carabinieri. Su tutta la "catena di comando" dei Ros. Colonnelli, generali, maggiori, capitani. Sono sott'accusa, sono sospettati. Per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993. Per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Per i patti e i ricatti fatti fra il massacro di Capaci e quello di Via D'Amelio nel 1992. Per le rivelazioni della vedova di Paolo Borsellino nell'agosto del 2009: "Mio marito mi ha detto che il generale Subranni era punciutu". Letteralmente significa affiliato a Cosa Nostra, probabilmente il procuratore ucciso voleva indicare una certa spregiudicatezza investigativa che prevedeva sempre negoziazioni con i boss.

La deposizione di Agnese Borsellino è stata secretata ma da ieri si rincorrono voci su nuovi "avvisati" alla procura di Caltanissetta, in particolare voci sul generale Subranni. Qualcuno parla di un "atto dovuto" dopo le dichiarazioni della vedova Borsellino, qualcun altro - anche se la notizia è ufficialmente smentita - racconta che l'alto ufficiale sarebbe stato già indagato per favoreggiamento.

Il generale Antonino Subranni, diciassette anni fa era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l'ufficiale - poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi - che oggi è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni. Nello stesso procedimento è ancora sub iudice anche Subranni, già indagato per favoreggiamento aggravato. Per lui il sostituto procuratore Nino Di Matteo ha chiesto l'archiviazione, il fascicolo è ancora sulla scrivania del giudice per le indagini preliminari.

Sono i Ros più di ogni altro soggetto istituzionale o apparato poliziesco i protagonisti di quella stagione fra stragi e mercanteggiamenti, colloqui riservati, contrattazioni. È il capitano Giuseppe De Donno - ma lui nega e annuncia querela - che viene citato dall'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli come l'ufficiale che avvicina il direttore degli Affari penali Liliana Ferraro per dirle che "Ciancimino sta collaborando". È sempre De Donno con il colonnello Mori che incontrano più volte don Vito per trattare con Totò Riina e, secondo Massimo Ciancimino, visionano il "papello". È sempre Mori, secondo l'ex presidente della commissione parlamentare Luciano Violante, che vuole perfezionare un patto "politico" con Ciancimino. È sempre il generale Subranni, secondo ancora Massimo Ciancimino, "che in un primo momento era il referente capo" di De Donno e di Mori. Un elenco interminabile di incontri e di abboccamenti, tutti finalizzati alla "trattativa" con i Corleonesi alla vigilia dell'uccisione di Borsellino.

Le domanda, diciassette anni dopo, sono poche e precise. I Ros hanno agito autonomamente? Hanno trattato per loro conto con Totò Riina? Hanno ricevuto un mandato politico o si sono abbandonati a scorribande sbirresche? "Mio padre mi ha detto che quegli ufficiali erano accreditati da Mancino e Rognoni", dichiara a verbale Massimo Ciancimino. Nicola Mancino, che al tempo era ministro degli Interni, da mesi smentisce ogni trattativa. Virginio Rognoni, che al tempo era ministro della Difesa, dice che non "ha mai saputo nulla". L'inchiesta di Palermo riparte da questi passaggi, da questi sospetti. Chi ha "autorizzato" la trattativa con il capo dei capi di Cosa Nostra?

E riparte proprio nel giorno della discovery del "papello" di Totò Riina, le 12 richieste che il boss ha presentato allo Stato per fermare le stragi. La copia del documento è in una cassaforte della procura palermitana, all'inizio della prossima settimana da una cassetta di sicurezza custodita in una banca del Liechtenstein arriverà in Sicilia probabilmente anche il "papello" originale.

Solo allora i magistrati ordineranno una perizia grafica per vedere chi ha materialmente scritto quelle richieste dettate da Totò Riina. I primi sospetti si stanno allungando su uno dei figli del boss di Corleone. E sul fidato Antonino Cinà, il mafioso più vicino a Riina in quell'estate del 1992. La prossima settimana forse arriveranno a Palermo anche le registrazioni - altra promessa di Massimo Ciancimino - dei colloqui avvenuti fra don Vito e il colonnello Mori e il capitano De Donno durante la "trattativa". Ha spiegato il figlio dell'ex sindaco: "Mio padre non si fidava di quei due e così ha registrato tutto".

Il contenuto del "papello" già noto ieri l'altro nel dettaglio oggi è un "atto pubblico". I 12 punti sono elencati, uno dopo l'altro: dalla revisione del maxi processo fino alla defiscalizzazione della benzina "come Aosta". In più c'è anche quel foglio anticipato da L'espresso e scritto da Vito Ciancimino.

Appunti e riflessioni per il suo libro. I nomi di Mancino e Rognoni, una riga sulla "riforma della giustizia all'americana sistema elettivo con persone superiori ai 50 anni indipendentemente dal titolo di studio Es. Leonardo Sciascia". Un'altra riga sull'abolizione del monopolio Tabacchi e un riferimento a "Sud partito". La Lega del Sud. Il sogno indipendentista dei mafiosi che non muore mai.

Tratto da: repubblica.it

postato da: carcarazzo | 13:50 | commenti

giovedì, 15 ottobre 2009

Il Papello

PALERMO - Ad un passo dalla verità sulla stagione delle stragi negli anni Novanta e ad un passo dal "papello", la prova di quella trattativa tra Stato e Cosa nostra della quale, un mese dopo la strage di Capaci, Paolo Borsellino sarebbe venuto a conoscenza, accelerando così probabilmente la sua morte.
Sono ore decisive per i magistrati di Palermo e Caltanissetta che hanno riaperto le indagini sugli attentati del '92 e sulla trattativa e che ieri pomeriggio hanno interrogato negli uffici romani della Dia l'ex capo degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia Liliana Ferraro. Sarebbe stata proprio lei ad informare Paolo Borsellino di quell'iniziativa di Don Vito Ciancimino, pronto - per il tramite dei vertici dei carabinieri del Ros - ad intavolare una trattativa per chiudere la stagione stragista in cambio di una serie di iniziative legislative a favore di Cosa nostra.

Circostanza che la Ferraro avrebbe ieri confermato al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e al sostituto Domenico Gozzo arricchendo di particolari il ricordo consegnato ad "Anno zero" dall'allora Guardasigilli Claudio Martelli. E proprio Martelli stamattina sarà chiamato dagli stessi pm a riferire le circostanze ricordate a 17 anni di distanza e smentite nei giorni scorsi dall'ex capitano del Ros Giuseppe De Donno che ha negato di aver mai parlato con la Ferraro dell'iniziativa di Ciancimino.

Bocche cucite dei pm al termine dell'interrogatorio della Ferrario, ma poche ore prima a Firenze, al Forum nazionale contro la mafia, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia aveva affermato di essere "nell'anticamera della verità, vicini quindi a capire cosa avvenne prima e durante l'epoca stragista voluta da Cosa nostra, se ci furono - e soprattutto tra chi - contatti tra i boss e lo Stato. Come nella stagione 1996-1998. E come allora il clima politico cambia, diventa difficile. Non tutta l'Italia vuol sapere la verità".

I magistrati sarebbero anche ad un passo dal famoso "papello", l'elenco di richieste avanzate da Totò Riina ai rappresentanti dello Stato che il figlio di Don Vito, Massimo Ciancimino, ha promesso di consegnare. "Una serie di risultanze - ha detto Ingroia - ci fanno credere che il "papello" esiste. Sapremo presto se riusciremo a venirne in possesso. Se si dovesse trovare questo sarebbe la prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita ma anche iniziata".

I verbali delle audizioni rese nel '93 da coloro che nella stagione delle stragi erano ai vertici delle istituzioni, da Martelli all'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, verranno riletti dai pm alla luce delle nuove circostanze riferite solo ora. "Quello che è unico in questi mesi - ha detto Ingroia - è che per una serie di coincidenze un fascio di luce ha fatto sì che tra i protagonisti istituzionali di quella stagione ciascuno ha messo a fuoco ricordi evidentemente messi da parte. Ed è importante utilizzare i nuovi ricordi, togliere le ombre gettate sulla verità dai tanti "non ricordo" - dice Ingroia - . Il "papello" metterà un punto fermo: e sarà l'inizio, e non la fine, delle indagini".

TRATTO DA:  repubblica.it

postato da: carcarazzo | 13:28 | commenti

lunedì, 12 ottobre 2009

"LO SMEMORATO DI MONTENERO"
Di Pietro interrogò
Ciancimino a Rebibbia
La strage di via D'Amelio dove fu assassinato Borsellino nel '92
L'ex pm: "Può essere accaduto, io non ricordo". Un nuovo tassello nei misteri della stagione stragista
GUIDO RUTOLO
ROMA
C’è un piccolo giallo nella storia dei mille misteri della stagione stragista di Cosa nostra del ‘92 e del ‘93. Di per sé è un episodio insignificante, ma che è importante perché è la dimostrazione che dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio i ricordi poi non sono così nitidi, anche quelli che riaffiorano sorprendentemente nei protagonisti (delle istituzioni) di quell’epoca, che sembrano offrire nuove verità finora nascoste. E che delineano un nuovo scenario inquietante: Paolo Borsellino sapeva che era in corso una trattativa tra Cosa nostra e ufficiali del Ros dei carabinieri. Questa nuova verità porta a un’altra possibile interpretazione del movente della stessa strage di via D’Amelio: Borsellino fu ucciso perché si opponeva a questa trattativa.

Il piccolo giallo a cui facciamo riferimento è un interrogatorio di Vito Ciancimino da parte dell’allora pm Antonio Di Pietro. Giovedì sera ad «Annozero», il figlio dell’ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino, ha rivelato che il padre voleva essere interrogato dal pm di Mani pulite e che gli fu negato. Lo stesso Di Pietro, presente in trasmissione, è trasecolato. Stupito per questa richiesta mai comunicatagli.

E invece Di Pietro interrogò Ciancimino nel carcere romano di Rebibbia, nei primi mesi del ‘93. Lui stesso adesso precisa: «Non ricordo assolutamente la circostanza. Può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell’inchiesta Enimont». Di Pietro non ricorda, dunque. Per altri protagonisti, invece, il pm di Milano rimase deluso da quel colloquio: «Ciancimino non aggiunse nulla che il pm di Mani pulite non sapesse». Massimo Ciancimino conferma quell’incontro avvenuto nel carcere di Rebibbia: «Erano presenti anche i magistrati di Palermo, e mio padre si rifiutò di parlare perché ritenne che non ci fossero le condizioni».

Al di là dei non ricordo, l’interrogatorio di Ciancimino da parte di Di Pietro è un’ulteriore conferma che a cavallo delle stragi di Palermo e del Continente (Firenze, Roma e Milano) il rapporto del Ros di Mori e De Donno su «Mafia e Appalti» rappresentava uno spunto di indagine per arrivare a una qualche verità anche sulla scelta (apparentemente) suicida di Cosa nostra di abbracciare la strategia eversiva.

Borsellino rimase colpito dagli appunti trovati sull’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ne parlò il 12 novembre del 1997 nel processo di Caltanissetta Antonio Ingroia (che oggi è uno dei pm che indagano sulla trattativa): «Borsellino si concentrò su quegli appunti. Tra questi, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda relativa all’ormai famigerato rapporto del Ros su "Mafia e Appalti", rispetto al quale ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei carabinieri sia con colleghi del mio ufficio, per cercare un po’ di ricostruire la sua storia». Precisò Ingroia: «Ne parlò con il tenente Canale. Credo che vi sia stato anche un qualche colloquio con il capitano De Donno».

Ingroia, nel suo interrogatorio a Caltanissetta non fece riferimento a confidenze di Paolo Borsellino sul fatto che sapesse della trattativa intavolata da Mori e De Donno con Ciancimino. Una circostanza confermata, invece, soltanto oggi dall’ex Guardasigilli Claudio Martelli, che ricorda di averla saputa da Liliana Ferraro - gliene parlò il capitano De Donno - che informò a sua volta lo stesso Borsellino.

Nei prossimi giorni, Martelli e Ferraro saranno sentiti dai pm di Palermo e di Caltanissetta. L’ex capitano De Donno nega di aver incontrato Liliana Ferraro per dirle di Ciancimino. Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, dopo 17 anni di silenzio ha deciso di essere ascoltata dai magistrati di Palermo. Chissà se ha raccontato dei timori di Paolo, del suo disappunto sulla trattativa. «Il Secolo XIX» di ieri ha scritto che Paolo Borsellino fu informato dell’allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: a Milano contro Antonio Di Pietro, a Palermo contro di lui. Ma se Di Pietro espatriò in America Latina, Borsellino non ne volle sapere.
tratto da lastampa.it

postato da: carcarazzo | 11:11 | commenti (2)

sabato, 03 ottobre 2009

SALAMONE & FRIENDS

il Carcarazzo colpisce ancora

Grandangolo vi aveva già raccontato tutto nel 2007 con numerosi servizi. Adesso è L’Unità a rilanciare la vicenda che riguarda Agrigento e i suoi imbrogli attraverso l’Impresem di Filippo Salamone e Giovanni Miccichè. Sul generale Mori (che attraverso i suoi legali Enzo Musco e Pietro Milio annuncia querela affermando: "Nessun rapporto di alcun genere è mai esistito tra componenti della famiglia del generale Mario Mori e la famiglia del vero signor Giorgio Mori. Per il rispetto dovuto della verità e dellam dignità delle persone, di questa attività diffamatoria sarà ovviamente chiesto il conto a tutti i responsabili nelle debite sedi giudiziarie")  Grandangolo non aveva puntato il dito.

Sull'Impresem si.Saccheggiando il provvedimento di archiviazione del Gip del Tribunale di Caltanissetta, che, a proposito degli imprenditori agrigentini, scriveva peste e corna.

LEGGI  IL DOCUMENTO INTEGRALE DEL DECRETO DI ARCHIVIAZIONE PER BERLUSCONI E DELL'UTRI

Ecco invece, cosa scrive, nell’edizione di ieri, Nicola Biondo: “È vero - lo dice il procuratore Messineo in risposta a Berlusconi - che Palermo non sta indagando sulle stragi di mafia del ‘92-‘93. Indaga piuttosto su chi prese parte alla trattativa fra Stato e Cosa nostra, il ruolo dell’ex sindaco Vito Ciancimino e del generale Mori. Sullo sfondo di questa indagine compaiono ora i nomi di Paolo Berlusconi e del fratello del generale Mori. Tutto nasce dall’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi mafiose chiusa nel 2002 con l’archiviazione dell’attuale premier Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri. Sul tavolo dei magistrati di Palermo è arrivato un file dimenticato: una relazione della Dia del 1999 che parla di legami tra imprenditori mafiosi e una ditta con due soci di rilievo: Paolo Berlusconi e un certo Giorgio Mori. Per il primo non c’è bisogno di presentazione. Il secondo invece è il fratello del generale Mori: insieme a Paolo Berlusconi è stato socio di una ditta di costruzioni, la Co.Ge. Il generale Mario Mori (ex capo del Ros e poi del Sisde, oggi capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma e membro del comitato per la legalità e la trasparenza degli appalti dell’Expo di Milano. Assolto per la mancata perquisizione del covo di Riina è tutt’ora sotto processo per la mancata cattura di Provenzano) ha smentito in un aula del tribunale di Palermo che quel Giorgio sia suo parente. L’ha fatto sulla base di un argomento in apparenza inoppugnabile: suo fratello si chiama Alberto e non Giorgio come invece compare nel rapporto DIA. Circostanza, questa, che oggi la Dia chiarisce: un errore materiale di chi compila il rapporto cambia il nome vero Alberto in Giorgio.  Il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Non più un problema di nomi, dunque, ma un fatto sostanziale.

Ma perché il generale sostiene che il socio di Paolo Berlusconi non è suo fratello? La risposta è in quel rapporto DIA. All’inizio degli anni ‘90, nello stesso periodo in cui Mario Mori presenta alla Procura di Palermo un lungo rapporto su mafia e appalti, la ditta del duo Paolo Berlusconi-Alberto Mori sbarca in Sicilia. Tutto a posto? Per niente. Perché la Co.Ge compare nel rapporto del luglio 1999 in termini molto poco lusinghieri. Gli investigatori individuano la mano di Cosa nostra in alcune società: sono la Tecnofin (che costituirà la Co.Ge) sotto il controllo di Filippo Salamone; la stessa Co.ge, la Tunnedil e la Cipedil del gruppo Rappa di Borgetto.  Per la DIA queste ditte, insieme ad altre, sono sospettate di far parte del «tavolino degli appalti» un patto - sottolinea la DIA - «che garantisce i legami con la grande imprenditoria per la realizzazione dei lavori, il controllo su di essi di Cosa nostra, il recupero delle somme da corrispondere all’organizzazione e ai politici che assicuravano gli appalti». Gli imprenditori con i quali la Co.Ge. di Paolo Berlusconi e Alberto Mori tratta sono Filippo Salamone e Giovanni Bini condannati in via definitiva nel maggio del 2008 per concorso in associazione mafiosa. Il rapporto evidenzia «la sussistenza di specifici elementi di correlazione tra alcune delle società di interesse di Berlusconi e Dell’Utri ed altre società facenti capo a soggetti con ruoli di primo piano nei settori più fortemente condizionati dagli interessi e dalle direttive di cosa nostra». È in questo contesto che il fratello di Mori si muove quando in Sicilia vengono uccisi Falcone e Borsellino e il suo congiunto, colonnello al ROS, apre il contatto con Vito Ciancimino sul quale le la magistratura oggi indaga nell’ambito della cosiddetta «trattativa» tra stato e mafia. Una storia vecchia e complicata con una venatura di giallo per la questione del nome.

Dunque il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Lo scorso gennaio al processo che lo vede imputato generale Mori ha ammesso che in effetti suo fratello Alberto, dunque quello vero, ha lavorato per la Fininvest, anche se solo fino al 1991. Ma non ha aggiunto il resto, negando la parentela. Perché? Eppure nel decreto di archiviazione dei mandanti esterni del 2002 si sottolinea che «il collegamento non è sufficiente a prefigurare che l’alto ufficiale dell’Arma potesse aver avuto contatti con Berlusconi e Dell’Utri e quindi potesse essere stato “ambasciatore” di costoro nel rapportarsi con gli uomini di cosa nostra». Oggi però alla luce delle nuove indagini sul ruolo di negoziatore che il generale ha avuto con Vito Ciancimino, sul ruolo che don Vito ha avuto nell’arresto di Riina e sulla mancata cattura di Provenzano, per cui Mori è sotto processo, quella parentela negata assume ben altro significato”.

Tratto da grandangolo.it

postato da: carcarazzo | 11:06 | commenti

martedì, 21 luglio 2009

I   MARTIRI  DELLA  LIBERITA'

PAOLO BORSELLINO - SCORTA  QUARTO  SAVONA  21

Liberità, non è un errore di battitura, LIBERITA' sta per LIBERTA' e VERITA', due parole per la difesa e per la ricerca delle quali si sono battuti fino alla fine: PAOLO BORSELLINO, AGOSTINO CATALANO, WALTER CUSINA, VINCENZO LI MULI, EMANUELA LOI, CLAUDIO TRAINA.

Trucidati per mano mafiosa in Via D'Amelio a Palermo, il 19 luglio 1992. Decisamente la pagina più buia della storia della nostra giovane  Repubblica, perchè questa strage, anch'essa annunciata e non sventata, è avvenuta a meno di due mesi da quella di Capaci, dove morirono ROCCO DI CILLO, GIOVANNI FALCONE, ANTONIO MONTINARO, FRANCESCA MORVILLO, VITO SCHIFANI..

Mano mafiosa e la Mente ?

postato da: carcarazzo | 09:04 | commenti

TOTO' RIINA: "BORSELLINO? NON SONO STATO IO"

PALERMO - Per la prima volta, il boss Totò Riina parla delle stragi mafiose del '92. E lo fa in occasione dell'anniversario dell'eccidio del giudice Paolo Borsellino. "L'hanno ammazzato loro - dice al suo legale, l'avvocato Luca Cianferoni - Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia".

Un'uscita clamorosa, quella del padrino di Corleone, spinto a consegnare al difensore la sua verità su via D'Amelio dal clamore suscitato dalle notizie sulle nuove ipotesi investigative sulla strage. Come riportano alcuni quotidiani, leggendo un articolo del Sole 24 ore, che parlava del presunto coinvolgimento di apparati dello Stato nell'uccisione del giudice, Riina ha commentato: "Avvocato, io con questa storia non c'entro nulla".

E sulla presunta trattaviva tra Stato e mafia, intrapresa per porre fine alla stagione stragista, che avrebbe visto proprio in Riina il principale protagonista, il boss replica: "Io trattative non ne ho mai fatte con nessuno; ma qualcuno ha trattato su di me. La mia cattura è stata conseguenza di una
trattativa".

UNA STORIA TORBIDA. Totò Riina è certo di essere stato "venduto", ma nega che a consentire la sua cattura sia stato il boss Bernardo Provenzano.

"So che la mia posizione processuale sulla strage di via D'Amelio non cambierà - ha spiegato poi al legale -. Io non chiedo niente, non voglio niente e non ho intenzione di trovare mediazioni con nessuno".

Sulla presunta trattativa tra Stato e mafia il boss ha un'idea precisa. "Il mio cliente - spiega Cianferoni - sostiene che l'accordo sia passato sopra la sua testa e che i protagonisti della trattativa sarebbero Vito Ciancimino (ex sindaco di Palermo ndr) ed i carabinieri. Non a caso quattro anni fa chiesi che venisse ascoltato il figlio di Ciancimino, Massimo".

E proprio Ciancimino jr nei giorni scorsi ha riportato l'attenzione sul presunto accordo tra Stato e mafia e sul cosiddetto 'papello', l'elenco delle richieste che Riina avrebbe fatto alle istituzioni per far cessare la stagione delle stragi.

Il figlio dell'ex sindaco, condannato per riciclaggio, e ora aspirante dichiarante, ha promesso ai magistrati di Palermo di consegnare copia del documento che proverebbe l'esistenza della trattativa.

SALVATORE BORSELLINO: "SONO MESSAGGI IN CODICE". "Riina sta lanciando dei messaggi in codice a chi è fuori dal carcere. Sta alzando il tiro e sta facendo capire che è arrivato il momento di pagare le cambiali". Così Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso da Cosa nostra, ha commentato le rivelazioni fatte dal boss corleonese al suo avvocato.

Il capomafia ha preso le distanze dalla strage di via D'Amelio, invitando il suo difensore a far sapere che con la morte del magistrato non c'entra nulla. "L'hanno ammazzato loro", ha replicato, riferendosi al presunto coinvolgimento di apparati dello Stato nell'eccidio.

"Già in passato, Riina - ha proseguito il fratello di Borsellino - aveva lanciato avvertimenti del genere. Oggi, però, questi avvertimenti si fanno più concreti e diretti. Evidentemente il boss comincia a stancarsi di pagare anche per quelli che gli hanno commissionato la strage".

INGROIA: "PRONTI AD ASCOLTARE LA VERSIONE DI RIINA". "Fino ad ora Riina aveva lanciato  messaggi sibillini e vaghi. Adesso mi pare che faccia dichiarazioni precise. Se questo vuol dire che ha intenzione di dare un contributo alla scoperta della verità sulle stragi, sappia che l'autorità giudiziaria, senza pregiudizi o inviti alla collaborazione, è pronto ad ascoltarlo". Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Igroia, commentando le parole del boss corleonese riportate dal suo  legale, l'avvocato Luca Cianferoni.

Il capomafia ha sostenuto la sua estraneità alla strage di via D'Amelio, puntando il dito contro pezzi delle istituzioni. Alla domanda su chi sia il destinatario del messaggio lanciato da Riina, Ingroia ha risposto: "Non voglio entrare nel merito della vicenda, certamente non si riferiva all'autorità  giudiziaria. Se avesse voluto parlare con i magistrati avrebbe scelto altri canali".

postato da: carcarazzo | 09:03 | commenti

venerdì, 26 giugno 2009

PALAZZOLO BAFANA BAFANA

Nei primi anni Ottanta il giudice Giovanni Falcone aveva iniziato a seguire le sue gesta finanziarie per mezza Europa: Vito Roberto Palazzolo è stato condannato definitivamente per associazione mafiosa solo nel marzo 2009. La Corte di Cassazione lo indica come il tesoriere di Cosa nostra, il detentore dei segreti finanziari dei capimafia Riina e Provenzano. Ma lui resta latitante in Sudafrica, nonostante le reiterate richieste di estradizione avanzate dalla Procura di Palermo. Tutte negate, ufficialmente perché in Sudafrica non esiste il reato di associazione mafiosa. L'ultima istanza, che prende spunto dalla condanna definitiva a nove anni, è partita nei giorni scorsi.

Vito Roberto Palazzolo è uno stimato manager nel paese di Nelson Mandela, frequenta i migliori salotti della buona borghesia e può contare sull'amicizia di importanti esponenti delle istituzioni. Si fa chiamare Robert Von Palace. Adesso ha anche aperto due pagine sui social network. Niente foto, per carità, Palazzolo resta un latitante per mafia. Sul profilo pubblico di Plaxo, c’è la sua data di nascita, 31 luglio, e un messaggio di qualche mese fa: “Robert Von Palace è molto impegnato…”. Fra i suoi amici connessi in Rete figurano il fratello Pietro e i manager di alcune società internazionali. Su Facebook, il profilo pubblico offre solo il nome, Roberto Von Palace, e il ritratto di un navigatore di altri tempi. Fra gli utenti del social network è possibile contattare anche il fratello di Palazzolo, Pietro, e uno dei figli, Christian, che da tempo ormai ha preso in mano la gestione di una delle creature imprenditoriali del padre (ufficialmente ceduta a un gruppo africano), ovvero l’azienda che produce l’acqua minerale “La vie”, servita, dicono con buon gradimento, persino ai viaggiatori della compagnia aerea nazionale.

Durante il processo per mafia, i sostituti procuratori di Palermo Domenico Gozzo e Gaetano Paci hanno raccolto le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che indicano Palazzolo come uomo d'onore. In aula hanno deposto anche alcuni degli investigatori del servizio centrale operativo della polizia che a lungo hanno indagato sul manager siciliano. L’Italia torna così a chiedere l’e stradizione del tesoriere dei boss, ma il legale di Palazzolo, l’a vvocato Roberto Tricoli, ha già annunciato che farà ricorso alla corte europea per i diritti dell'uomo, perché, sostiene, sarebbe stato violato il diritto di difesa.

Adesso Internet non è che l’ultima trovata per curare un’immagine scalfita dalle inchieste giudiziarie e dalle condanne. Mesi fa, Robert Von Palace aveva persino provato a ingaggiare in Italia un esperto di comunicazione. Anche perché, intanto, pure in Sudafrica alcuni giornali hanno cominciato a porre il caso a livello politico. Lui non ha mai smesso di difendersi, sostenendo anche di essere stato un benefattore della causa anti-apartheid. Trovata geniale: ecco, probabilmente, cos’erano quei movimenti di denaro fra la Svizzera e il Sudafrica. Altro che riciclaggio del traffico internazionale di droga, altro che Pizza Connection, come hanno sempre sostenuto i magistrati italiani. Città, palazzi e persone del Sudafrica di Vito Roberto Palazzolo ricordano tanto la Palermo degli anni d’oro dei padrini.

DA www.repubblica.it

postato da: carcarazzo | 11:38 | commenti

martedì, 23 giugno 2009

MINZOLINI, C'è POSTA PER TE !

"Se si dovesse tenere, in Europa, un concorso per scegliere il politico più sessista, vincerebbe senza dubbio Silvio Berlusconi". Si apre così il duro editoriale del Guardian, dedicato alla figura del premier italiano e all'inchiesta sul presunto giro di squillo messo in piedi da Gianpaolo Tarantini. Un editoriale non firmato che riflette l'opinione del celebre quotidiano londinese. E proprio l'atteggiamento verso le donne tenuto da Berlusconi, rappresenta, secondo il quotidiano britannico, "una delle varie ragioni per cui gli italiani non avrebbero dovuto metterlo al potere per tre volte".

E non è la sola, visto che il quotidiano elenca "il suo rifiuto di voler ammettere il conflitto tra i suoi affari e gli interessi nei media, da una parte, e il suo ruolo politico dall'altro; i suoi attacchi al Parlamento e al potere giudiziario; l'uso che fa della maggioranza per garantirsi l'immunità dai procedimenti giudiziari; il suo fallimento nell'azione di contrasto al crimine organizzato; la cattiva gestione economica e le riforme illiberali alle quali sta lavorando".

Il Guardian sottolinea anche come il successo di Berlusconi sia "il prodotto, più che la causa, del crollo del sistema politico dell'Italia, che ha fatalmente indebolito sia la sinistra che il centro, lasciando spazio agli opportunisti e agli xenofobi". In conclusione, secondo l'editoriale, "la promessa fatta da Berlusconi, durante le elezioni, di portare stabilità in Italia, significa solo che l'Italia e il resto d'Europa dovranno sopportarlo ancora per un po'". Dunque la durissima conclusione: "E' una tragedia che l'indagine giudiziaria Mani Pulite sulla corruzione politica, che sembrava promettere un grande rinnovamento della politica italiana all'inizio degli anni Novanta, abbia condotto l'Italia a tutto questo".


Il Guardian dedica altri due pezzi alle vicende del premier e una pagina sull'inchiesta giudiziaria di Bari, con una mappa delle varie città italiane relative al giro di prostituzione oggetto dell'inchiesta. Di particolare rilievo le notazioni del corrispondente da Roma Tomn Kingstone. La prima: "E' improbabile che lo scandalo passi prima dell'arrivo in Italia il mese prossimo dei leader mondiali per il summit del G8" (come Berlusconi avrebbe sperato). Due: interpellato dal Guardian, il professor Raffaele De Mucci, ordinario di scienze politiche alla università Luiss di Roma, dice: "Il calo di voti per Berlusconi alle elezioni europee, le sue rumorose proteste ai recenti comizi, tutto ciò dimostra un calo di consensi a causa dello scandalo. Ora i suoi alleati sono preoccupati, la fiducia dell'elettorato nella classe politica si è indebolita e Berlusconi rischia di perdere il capitale politico che aveva costruito con la sua gestione del terremoto in Abruzzo e la crisi dei rifiuti a Napoli". Tre: il corrispondente sottolinea, tra le prove del nervosismo crescente di Berlusconi e del suo entourage, l'attacco del ministro della Cultura Bondi a Repubblica, "il giornale che tiene il primo ministro sotto pressione, accusato di essere una minaccia per la democrazia".

Anche il Times dedica tre pezzi alla vicenda, e in uno punta il dito contro l'atteggiamento del premier verso le donne, titolando: "L'Italia di Berlusconi mostra uno strano di tipo di femminismo". Un premier, quello italiano, che "sembra trattare le donne come delle cose da comprare e vendere per soddisfare il proprio ego". Berlusconi "detiene la seconda carica più alta in Italia (non dimentichiamoci del Papa)" e "sembra aver interpretato il ruolo di primo ministro della Repubblica italiana come una via di mezzo tra un imprenditore di locali notturni e un pezzo di cabaret". Il Cavaliere è, per il Times, una versione "esagerata, fumettistica, del classico stereotipo dell'uomo italiano: vanesio, borioso, chiacchierone, accondiscendente e sessualmente insicuro: "Per molti italiani il suo flirtare non è un'espressione di insaziabile virilità, ma chiara evidenza della sua impotenza sessuale". Nel lunghissimo articolo pubblicato con grande evidenza nell'inserto T2 del Times - intitolato "All about Silvio's mother" - si aggiunge che "Berlusconi è un prodotto del matriarcato italiano che consente all'uomo di fare ciò che vuole fin dalla nascita", ma conclude: "Dubito tuttavia che l'Italia gli perdonerà questo scandalo. Perché c'è una cosa che gli italiani non sopportano: l'umiliazione di fronte ai media stranieri. Farsi sorprendere coi calzoni calati davanti al mondo è una brutta figura (in italiano nel testo originale), e questo, per gli italiani, è un peccato oggettivamente imperdonabile". Aggiunge l'articolista del Times: "Le donne al centro dello scandalo saranno anche delle escort aspiranti modelle, ma non vanno sottovalutate. Quale che sia la natura delle transazioni d'affari tra loro e il premier, il più grande errore di Berlusconi è stato di averle mal giudicate".

E il quotidiano supporta le sue tesi con le opinioni di tre importanti columnist italiane. A partire da Lina Sotis, Corriere della Sera: "L'intera vicenda sarebbe stata impensabile nell'Italia degli anni 50 e 60, ma da allora il nostro paese ha perso la sua grande borghesia, che non avrebbe mai permesso a una persona come Berlusconi di diventare primo ministro. Se l'Italia avesse ancora una forte classe media, Berlusconi sarebbe un nessuno. Attraverso le sue proprietà nei media e la sua manipolazione del sistema politica, Berlusconi stesso ha contribuito all'erosione di alcuni di quei valori vecchio stampo della classe media di un tempo. Oggi le classi più popolari lo trovano simpatico, furbo, figo, come i personaggi che erano interpretati da Alberto Sordi, che personificava al meglio i vizi degli italiani, la loro volgare ammirazione per il denaro, la ricchezza, gli eccessi, le donne facili".

Quindi Lucia Annunziata, la Stampa: "Io non giudico il comportamento di Berlusconi dal punto di vista morale. E' semplicemente inappropriato per un capo di governo. E' un danno per l'immagine della nazione. I commenti discriminatori e l'atteggiamento di Berlusconi verso le donne sono solo una piccola parte di tutto questo. Lui ha fatto i soldi e crede perciò di poter fare quello che vuole. Un uomo come Agnelli non si sarebbe mai comportato i nquesta maniera".

Infine Natalia Aspesi di Repubblica: "Oggi è chiaro che per entrare in parlamento, per diventare ministro, per andare al parlamento europeo, devi avere meno di 30 anni, essere molto carina e magari andare a letto con qualcuno. L'Italia è stata rovinata dalla televisione, dal mondo di frivolità e glamour da cui proviene Berlusconi. Il nostro paese è cambiato molto in fretta. Non eravamo così dieci anni fa. Eravamo un paese normale. Avevamo una morale".

Poi viene ripresa la proposta lanciata su Micromega, alle first Ladies, di boicottare il G8. L'appello alle mogli dei Grandi, firmato da tre accademiche italiane, viene citato anche dal Daily Telegraph. Le accademiche sono le psicologhe Chiara Volpato (Bicocca di Milano), Angelica Mucchi Faina (Perugia) e Anne Maas (Padova). Inoltre il giornale cita la professorfessa Bianca Beccalli, capo del Centro per lo Studio delle differenze trai sessi alla università di Milano, che dice: "Abbiamo centinaia di firme e ne stiamo raccogliendo di più".

Il Telegraph, poi, pubblica le foto della Montereale scattate Palazzo Grazioli e titola: "Le donne in bagno tormentano Berlusconi".

Su "The Independent", un corsivo, accompagnato dalla foto della D'Addario, si chiede ironicamente perché Berlusconi, un miliardiario, proprietario di televisioni, abbia dovuto pagare per fare sesso, con tutto ciò che ne consegue.

E, ancora, il Financial Times sottolinea la censura o autocensura della vicenda sui media italiani, in particolare in tv, affermando: "Come ha fatto notare il quotidiano di centro-sinistra la Repubblica, il controllo di Berlusconi sulla televisione significa che la grande maggioranza degli italiani conoscono poco delle accuse contro di lui".

Lo spagnolo El Mundo, oltre a citare l'appello delle accademiche italiane alle First Ladies, riporta un editoriale dal titolo "L'utilizzatore finale", termine utilizzato, riferendosi a Berlusconi, dal suo avvocato, Nicolò Ghedini. "L'utilizzatore finale - scrive il giornale - ha imposto il suo modello di televisione alla società italiana, creando un talk show permanente, senza interruzioni. Berlusconi non è una persona, è un attore che interpreta se stesso 24 ore su 24 davanti alle telecamere. E quando non ci sono le telecamere, recita davanti ad un pubblico pieno di 'veline'".

Il tedesco "Bild", sotto alla foto di Barbara Montereale e della sua amica scattata nel bagno di palazzo Grazioli, titola: "Qui le ragazze si fanno belle per lui". Il giornale cita poi le dichiarazioni rese della Montereale sulle feste con "almeno 30 ragazze nella villa di Berlusconi".

"Die Welt", sempre in Germania, punta sulle perplessità sollevate sulla vicenda dal mondo cattolico: "La chiesa pretende chiarezza da Berlusconi". Il giornalista riferisce di voci che ci sono levate dagli ambienti della chiesa, per criticare "la vita sentimentale e sessuale di Berlusconi". E conclude citando l'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che "al premier ha consigliato, in una lettera pubblica, di non scusarsi con nessuno, ma di smetterla con le sue teorie del complotto" e di dimettersi per andare a nuove elezioni.
(m.p.)

postato da: carcarazzo | 19:36 | commenti

lunedì, 11 maggio 2009

"PIZZO CONNECTION"

PALERMO - La Polizia di Stato ha eseguito a Palermo arresti nell'ambito di un'inchiesta che ha portato alla luce gli autori di numerose estorsioni a commercianti e imprenditori della città.

I provvedimenti eseguiti sono 37, fra cui alcuni fermi di polizia giudiziaria e ordinanze di custodia cautelare, alcune notificate in carcere a indagati già detenuti. L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dai sostituti Maurizio De Lucia, Marzia Sabella e Roberta Buzzolani, ha individuato gli attuali vertici operativi dei mandamenti mafiosi di Brancaccio e Porta Nuova ed i loro più attivi fiancheggiatori.

Imprenditori e commercianti, vittime delle estorsioni, sono stati già interrogati e alcuni di loro hanno fornito ampia collaborazione alle indagini, confermando di aver subito le estorsioni.

L'inchiesta si basa anche su intercettazioni e dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia, ma anche sulle risultanze investigative provenienti dall'analisi di 'pizzini' trovati in passato ai latitanti arrestati. L'operazione, che coinvolge 250 agenti, è stata denominata 'Cerbero'.

Gran parte delle persone arrestate nell'operazione di stamani della polizia erano già state in passato fermate ed avevano scontato la pena alla quale erano state condannate. Emerge infatti dall'indagine che Antonino Sacco dopo che è tornato in libertà, si sarebbe scontrato a Brancaccio con Cosimo Lo Nigro (arrestato poco tempo fa) per tornare a gestire il territorio.

Altri esempi di arrestati che avevano lasciato il carcere da poco tempo dopo aver scontato la pena, sono cinque di Borgo Vecchio che fa capo al mandamento di Porta Nuova. L'inchiesta, coordinata dalla procura distrettuale antimafia, fa dunque emergere come le famiglie mafiose controllerebbero il territorio di Palermo sfruttando mafiosi che dopo aver lasciato il carcere, per fine pena, tornano nuovamente tra le fila delle cosche, in particolar modo a imporre il pagamento del pizzo a imprenditori e commercianti. Le condanne già scontate dagli indagati sono di pochi anni, ottenute grazie anche ai riti alternativi ai quali possono accedere.

TRATTO DA lasicilia.it

postato da: carcarazzo | 13:05 | commenti