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martedì, 30 novembre 2004

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lunedì, 22 novembre 2004

QUEI FONDI NERI DI TANGENTOPOLI FINITI NEGLI HOTEL DEL COSTA RICA

I magistrati della Procura indagano su Anna Moscarelli, manager ticinese alla quale i politici siciliani consegnarono i loro miliardi
Quei fondi neri di Tangentopoli finiti negli hotel del Costa Rica

Sciangula e Nicolosi si affidarono a lei Il pm Buzzolani vuole interrogarla
ALESSANDRA ZINITI



Dalle banche svizzere ai lussuosi lodge nelle foreste o sulle spiagge del Costa Rica. I tanti miliardi scomparsi negli anni della Tangentopoli siciliana potrebbero essere finiti in Sudamerica, nei mega investimenti fatti nel settore turistico da una ricca quanto misteriosa finanziera elvetica alla quale, negli anni Ottanta, molti uomini politici e imprenditori siciliani affidarono i loro fondi neri, frutto del collaudatissimo patto per la gestione degli appalti pubblici, poi ribattezzato "tavolino" dal pentito Angelo Siino.
Sulle tracce di Anna Moscarelli, riservata fiduciaria di patrimoni miliardari, i magistrati della Procura di Palermo erano arrivati già alla metà degli anni Novanta, ricostruendo il complesso iter finanziario che aveva portato al sicuro, all´estero, i soldi di alcuni protagonisti della Tangentopoli siciliana, da Rino Nicolosi a Salvatore Sciangula (oggi entrambi scomparsi), da Filippo Salamone a Giovanni Miccichè. La manager di origine ticinese aveva anche accettato di parlare con il procuratore svizzero Carla Del Ponte dando qualche indicazione, ma senza mai tradire la fiducia dei suoi clienti.
Poi, proprio quando le indagini della Guardia di finanza sembravano aver trovato la strada giusta, la Moscarelli aveva deciso di chiudere il suo studio di Lugano e ritirarsi a vita privata. Ma adesso gli inquirenti italiani l´hanno rintracciata. In Costa Rica dove è diventata presidente di un grosso gruppo turistico di hotel a cinque stelle, il Papagayo. E lì il sostituto procuratore Roberta Buzzolani, pubblico ministero del processo per corruzione che vede imputati davanti al tribunale di Palermo alcuni imprenditori, tra cui appunto Filippo Salamone e Giovanni Miccichè, vorrebbe riuscire a interrogarla con una richiesta di rogatoria internazionale. Anche se la Moscarelli è riuscita, in tutti questi anni, a salvaguardare il segreto professionale e la fiducia dei suoi clienti senza farsi mai indagare né dalla magistratura italiana né da quella elvetica, il sospetto è che nelle sue attività finanziarie possano essere finiti alcuni tesori scomparsi. A cominciare da quello dell´ex deputato democristiano Totò Sciangula.
«L´onorevole è morto povero». Così, ricordando le parole pronunciate dal deputato trapanese Francesco Canino all´orazione funebre, il figlio di Sciangula, Alfonso, apre un capitolo del suo libro, Figlio di partito», cercando di ricostruire il mistero dei tanti soldi accumulati dal padre e improvvisamente volatilizzatisi alla sua morte. «Colui il quale aveva per anni contribuito a finanziare tutta la corrente andreottiana del partito dell´intera isola - scrive Alfonso Sciangula - era morto povero. Questa era la versione da dare in pasto all´opinione pubblica, come un monito, e che nessuno si azzardasse a dire il contrario. I prestanome di papà ci andarono a nozze, fu detto loro di tenersi pure tutto, che poi avrebbero fatto i conti. Tesoro o non tesoro, quello che c´era - afferma Sciangula junior - è stato fatto abilmente sparire con una manovra di occultamento compiuta all´estero come in Italia da alcune menti finissime».
Ma se nessuno indaga più sui soldi di Sciangula (anche se il figlio nei mesi scorsi si è presentato in Procura per rendere alcune dichiarazioni nell´ambito dell´inchiesta sull´ex maresciallo Antonio Borzacchelli, ndr), il processo in corso davanti alla terza sezione del tribunale presieduta da Raimondo Lo Forti vuole cercare di ricostruire fino in fondo i retroscena di quei conti criptati gestiti dalla Moscarelli per conto di Filippo Salamone.
Del resto, all´improvviso ritiro a vita privata della cinquantenne finanziera ticinese i magistrati di Palermo credono poco, convinti come sono che i patrimoni dei politici e degli imprenditori siciliani che la Moscarelli si è trovata a gestire siano già al sicuro da molti anni. Chissà, forse proprio nei resort di lusso del Costa Rica.











postato da: carcarazzo | 13:06 | commenti

mercoledì, 10 novembre 2004

PRESENTAZIONE DEL LIBRO "FIGLIO DI PARTITO" DI ALFONSO SCIANGULA.

EDITO DA ARMANDO SICILIANO EDITORE.

PALERMO 17 NOVEMBRE 2004 ORE 17,30

SALA GIALLA DELL'ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA, PIAZZA PARLAMENTO 1

INTERVERRANNO: ON. GIUSEPPE CAMPIONE, ON. ANGELO CAPODICASA, ON. LEOLUCA ORLANDO,

ON. NINO BENINATI, L'AUTORE E L'EDITORE.

postato da: carcarazzo | 10:11 | commenti

martedì, 02 novembre 2004

2 NOVEMBRE:

IL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA SALVATORE CUFFARO RINVIATO A GIUDIZIO

PALERMO - Il presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, è stato rinviato a giudizio dal gup Bruno Fasciana. Il governatore, nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda, è accusato di aver favorito Cosa nostra. Il gup ha disposto invece il non luogo a procedere per il reato di violazione di segreto d'ufficio. La procura aveva chiesto il processo lo scorso primo settembre. Insieme a Cuffaro sono stati rinviati a giudizio tutti gli altri 12 imputati dell'inchiesta sulle talpe alla Dda. Il processo si aprirà il primo febbraio davanti ai giudici del tribunale di Palermo.

L'inchiesta. L'indagine ''Talpe alla Dda'' di Palermo riguarda la presunta realizzazione di una rete occulta di informatori che, secondo l'accusa, sarebbe stata allestita dall'imprenditore sanitario di Bagheria Michele Aiello per avere notizie sulle inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

Ora, dopo quasi due anni, l'inchiesta finirà in un processo, il cui perno saranno i tre imputati ancora in stato di detenzione, e cioè l'imprenditore Michele Aiello e i marescialli Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro. Il primo accusato di associazione mafiosa e gli altri due di concorso esterno in associazione mafiosa. Questi gli altri rinvii a giudizio: il medico Aldo Carcione; Roberto Rotondo, ex consigliere comunale di Bagheria; il funzionario di polizia Giacomo Venezia; l'ex funzionario della Asl Lorenzo Iannì; Salvatore Prestigiacomo; Domenico Oliveri; Angelo Calaciura; Michele Giambruno; Adriana La Barbera, dipendente Asl e l'ex segretaria del pm Domenico Gozzo, Antonella Buttitta. Rinvio a giudizio infine per le società Atm e Villa Santa Teresa.


Le accuse a Cuffaro. Le accuse rivolte al governatore della Sicilia risalgono al giugno dello scorso anno, quando il governatore ricevette un avviso di garanzia per "concorso in associazione mafiosa". Le ipotesi di reato furono poi modificate in "favoreggiamento di Cosa nostra" e "rivelazione di segreti d'ufficio".

Sono due le inchieste che lo hanno coinvolto: la prima denominata "Ghiaccio 2", e la seconda "Talpe alla Dda". In entrambi i casi l'indagine riguarda politici, professionisti, imprenditori e rappresentanti delle forze dell'ordine. Ci sono, fra gli altri, il medico Salvatore Aragona, l'ex assessore del Comune di Palermo Mimmo Miceli, il deputato regionale dell'Udc Antonio Borzacchelli (ex carabiniere). Tutti sono finiti sotto processo, dopo essere stati arrestati.

Come detto, gli accertamenti dei carabineri del Nucleo operativo hanno concentrato i sospetti su Cuffaro a proposito di fughe di notizie riservate, in particolare su Aiello, uomo considerato vicino a Bernardo Provenzano, arrestato per associazione mafiosa il 5 novembre 2003. Un ruolo che, sostengono gli inquirenti, Cuffaro avrebbe condiviso con Borzacchelli, arrestato a novembre per concussione e ancora agli arresti domiciliari.

Ma ai contatti con il manager non è stata collegata l'accusa di mafia, che è stata invece stralciata dai magistrati in quanto non ci sarebbero contatti diretti fra il governatore ed esponenti mafiosi come il boss Giuseppe Guttadauro. Nel salotto di quest'ultimo, durante la campagna elettorale delle elezioni regionali del 2001, sono state registrate diverse ore di conversazione con mafiosi, politici e medici. Nel corso di questi dialoghi è stato fatto più volte riferimento al nome di Cuffaro.

Proprio queste intercettazioni, in cui si parla di estorsioni, omicidi, intrecci fra mafia e politica, hanno portato all'arresto di numerose persone, fra cui l'ex assessore Miceli, attualmente sotto processo per concorso in associazione mafiosa.

Botta e risposta tra pm e avvocato. Secondo il pm Nino Di Matteo, presente in aula, "il non luogo a procedere ordinato dal gup per il reato di violazione di segreto d'ufficio non alleggerisce il favoreggiamento a Cosa nostra", di cui è accusato Cuffaro. "Il gup - afferma Di Matteo - ha ritenuto infatti che la violazione di segreto d'ufficio fosse assorbita nel reato di favoreggiamento a Cosa nostra".

Di parere opposto l'avvocato Claudio Gallina Montana, che sottolinea come "il giudice ha dimezzato i reati contestati al presidente e in dibattimento dimostreremo l'estraneità relativa alle altre contestazioni".
(2 novembre 2004) DA REPUBBLICA.IT


















postato da: carcarazzo | 18:00 | commenti