[contromafia]
 

lunedì, 28 febbraio 2005

                                                                  

l'unità, di Saverio Lodato

PALERMO Il maresciallo dei carabinieri non ci sta. Vuota il sacco, tira dentro Totò Cuffaro, rivela che fu proprio lui a far sapere che le talpe erano finite ormai nel registro degli indagati. Contrariamente a quanto sempre sostenuto dal governatore di Sicilia che si è professato estraneo, addirittura informato dai giornali, vittima di una macchinazione ordita ai suoi danni per finalità politiche di parte. Ridotta all'osso, la notizia dell'udienza di ieri è questa. Si celebrava uno dei processi satelliti di quello a Cuffaro: il processo di fronte al tribunale presieduto da Raimondo Lo Forti - giudici a latere: Donatella Puleo e Sergio Ziino; pubblici ministeri, Nino Di Matteo e Gaetano Paci- che vede alla sbarra Domenico Miceli, Udc, ex assessore al comune di Palermo, che ha già scontato diciannove mesi di carcere, e tal Franco Buscemi; per entrambi il concorso esterno in associazione mafiosa.
Contesto «melmoso». Va seguito perché è destinato ad avere ripercussioni su quello principale, e infatti le dichiarazioni rese ieri da Giorgio Riolo, maresciallo del Ros che nel decennio 1993-2003- fu il «dominus» di intercettazioni ambientali e telecamere, ci finiranno dentro dritte dritte. È la prima volta che il maresciallo prende la parola in un dibattimento. Cinque ore di interrogatorio da parte del pubblico ministero Di Matteo. Che dire? Come definire il «contesto» emerso dalle parole di un teste che è anche imputato chiave? Lo si può fare con un solo aggettivo: melmoso, un autentico «contesto melmoso».

Uno dice: talpe, e pensa alle talpe alla Le Carrè, o al Robert De Niro di Ronin, ai bagliori sinistri della guerra fredda, ai triplo o quadruplo giochisti spinti sull'arena della delazione o della soffiata perché mossi da passioni comunque fuori dall'ordinario, dotate di un'intrinseca «grandezza».
In questi dibattimenti, invece, le talpe made in Sicily stanno apparendo per quello che sono: creature minori di un sistema di potere e clientelare che non risparmia neanche le divise. Hanno più dimestichezza con i capponi di Renzo, le talpe di casa nostra. A tale proposito, il curriculum del Riolo è emblematico.

Godeva talmente la fiducia dei suoi superiori, da essere giunto in cima alla piramide investigativa. Non dimentichiamo, a esempio, che non poteva muoversi foglia nei tentativi di cattura di Bernardo Provenzano, senza che Riolo non lo sapesse. Chiaro il peso del personaggio? Ora sentitelo parlare, come lo abbiamo sentito parlare noi in udienza.
Bei stipendi. Quando il PM Di Matteo gli chiede conto delle sue frequentazioni con Cuffaro nonostante fosse ormai risaputo che era sott'inchiesta per mafia, la talpa made in Sicily reagisce: «dottor Di Matteo, ma era il presidente, il presidente è sempre il presidente...». Quando apprende dall'imprenditore Michele Aiello di essere anche lui sotto inchiesta, insieme allo stesso Aiello e al maresciallo della finanza Giuseppe Ciuro, sapete che fa? Se ne va da Antonio Borzacchelli, un'altra delle talpe di casa nostra, e gli dice: «voi, tu, Cuffaro, avete bei stipendi, non vorrei che alla fine questi arrivano solo a me e sono solo io a pagare».
Il colloquio si svolge nel parcheggio dell' Assemblea Regionale Siciliana, fra centinaia di auto di lusso. Borzacchelli guarda con commiserazione l'auto del Riolo e gli fa notare che ha le gomme lisce. E qui, il dominus di intercettazioni e telecamere, ammette di non passarsela bene. Borzacchelli: «non ti preoccupare, ti faccio dare un bel po' di soldi da Cuffaro, così sistemi te e i tuoi figli e ti tranquillizzi». Siamo alla vigilia del 5 novembre del 2003, data di arresto del Riolo. Il quale, venendo a sapere (ma non chiedeteci come, perché a tentare di ricostruire simili cronologie di delazioni e spiate, soffiate e anticipazioni, rischieremmo il corto circuito mentale) che di lì a breve proprio Aiello e Cuffaro si incontreranno, chiede direttamente ad Aiello di far sapere a Cuffaro che la proposta dei soldi è venuta da Borzacchelli, non è una sua richiesta.

Chiederete: come faceva l'investigatore d'eccellenza del Ros a conoscere un tipo come Aiello? Vi basti sapere che nel 1998 i due erano stati presentati proprio da Borzacchelli. Niente di male. Solo che all'indomani di quella presentazione, la moglie del Riolo viene assunta in una ditta dell' Aiello. Ma siccome Riolo ha anche un fratello disoccupato, é a Cuffaro che poi ne chiederà l'assunzione (non se ne farà nulla perché nel frattempo il fratello del Riolo troverà altra occupazione).

E Cuffaro? Beh, Cuffaro, per tre volte commissiona al Riolo «bonifiche» private della sua casa (presente lui e sua moglie), della sua segreteria politica, del suo ufficio di governatore. Il quale Riolo adesso dice: «Borzacchelli mi spiegava che il presidente aveva molti nemici politici». Solo che la terza bonifica gliela fa quando ormai sa benissimo che il «presidente» è sott'inchiesta per mafia.

Chi dice cosa a chi. Riolo racconta la sua versione del modo in cui il boss Giuseppe Guttadauro apprese di essere controllato nello studio in cui riceveva mafiosi e politici, avvocati e medici di grido. Dice di averlo detto a Borzacchelli. Il quale a sua volta lo avrebbe detto a Cuffaro. Il quale a sua volta lo avrebbe detto a Domenico Miceli e Salvatore Aragona. I quali, a loro volta, lo avrebbero detto a Guttadauro. Fatto sta che il boss mangiò la foglia e le microspie divennero improvvisamente «mute». E i suoi superiori? Il maggiore del Ros Antonio Damiano, che non è mai stato uno sprovveduto, sospetta qualcosa e gli chiede se per caso non stia rivelando qualcosa a Borzacchelli. Riolo nega. Ieri, Riolo ha ammesso: «ho sbagliato tutto».

Non osiamo pensare a come si sia servito di simili talpe made in Sicily quel volpone di Provenzano. Detto questo, crediamo di avervi fornito un piccolo campionario del «contesto melmoso».

 

postato da: carcarazzo | 22:57 | commenti

venerdì, 18 febbraio 2005

 RECENSIONE DEL LIBRO "FIGLIO DI PARTITO"

Sicilian Christian Democrat secrets

Domenico Pacitti reviews an inside account of thirty years of Sicilian political intrigue

Figlio di partito: Visti da bambino gli amici di papà [The Party Man’s Son: A Child’s-Eye View of Father’s Friends] by Alfonso Sciangula. Published in 2004 by Armando Siciliano Editore, Messina, Sicily, 123 pages, €10, ISBN 88 7442 331 4.

Alfonso Sciangula tells of Italian political intrigue, Mafia and corruption from the early 1970s. The perspective is that of a growing child whose sensitive mind records, traumatically, the regular events in the daily life of his father, a Sicilian politician in the Christian Democrat party under Giulio Andreotti. The place is the city of Agrigento in Sicily, suggestively set in the vicinity of the Valley of Temples, Port Empedocles and Caos, the birthplace of Luigi Pirandello. Sciangula, a law graduate and now in his early thirties, has become an anti-Mafia activist who investigates the Mafia presence in political, economic and social life both in Sicily and beyond.

Sciangula’s narrative style tends naturally towards the dramatic and is couched in irony which is at times searing. The effect is further heightened by atypically Italian short sentences, compact paragraphing and by the direct, informal language which incorporates colourful sayings and set expressions sometimes in Sicilian dialect. Most of the book’s twenty-six chapters are no more than three or four pages long, which helps make the book a page-turner.

The idea of writing the book, we are told, springs from a threat Sciangula once received: “Unless you keep quiet and behave yourself, someone will clean their blood-stained knife on your father’s still warm dead body.” Sciangula’s chief purpose is to challenge what he sees as the absolute evil, namely the tradition of collective silence (omertà) which prevents important truths from getting out.

The opening section of the first chapter sets the tone and rhythm for the rest of the book:

“Father’s friends are all important and fine people.

 The most important of them all was accused of murder and Mafia association. The second, in order of importance, was accused of corruption and external complicity in Mafia association.

 Another, a building constructor, was accused of corruption, extortion, recycling dirty money, rigging tenders and, inevitably, of contravening Article 416 bis of the criminal code [for Mafia-type association].

 Then there are many others, more or less important but all with the same sort of charges in common, and some of them have already been convicted.

 My father too was accused by magistrates, but only of corruption. Then one day he died at work before they had time to put him on trial.

 Another of my father’s friends, a very important man, died, or rather he didn’t die – he was killed, and lots of nasty things were said about him though he was never officially accused of anything. So perhaps he turned out to be the most honest of them all.

 What I remember about him, the few times that I saw him, is that he had snow white hair and never spoke. At most, as his party’s old tradition taught, he would whisper into my father’s and his other friends’ ears while covering his mouth with his hand.

 Not like some politicians today who get caught making inconvenient declarations when the studio cameras are off, or who allow their lips to be read.” (p.10)

Towards the end of the chapter Sciangula relates how he once saw one of his father’s friends first strike his son for using the word Mafia and then ask the boy who had taught him to repeat such nonsense. This considerably upset Sciangula who had introduced him to the term.

The book’s chapters unfold in rapid succession always with fresh insights into a wide variety of topics: from reactions to the murder of Aldo Moro to the lowdown on how lobbies get moving and are financed, where the cash is held and how it is divided up and shared out; how local political elections are won and how power is gained; how the Mafia operates and how to find out everything about anyone; father’s police escort and his photograph album, and much more. This last chapter begins:

“Father’s friends are all very religious. In fact, they compete to see who has had the most photos taken with popes.” (p.26)

Here we learn that one friend boasted that he had been photographed with three different popes and that all the friends together regretted not having managed to secure photographs with one particular pope who died unexpectedly, thus denying them all the opportunity to complete their album collections.

Sciangula describes his account as that of a tragediatore, the dialect word which Sicilians sometimes use to label truth-tellers. You will find tragediatori both where you have the preconditions for tragedy and also where the tragedy has already taken place, says Sciangula. But Sciangula is unlikely to wreak any tragedies on himself here since he is sufficiently sparing in naming names.

Curiously, part of the editorial summary situates the entire story within a virtual context as the understandable and excusable result of a child's imagination. This seems to be intended as an ironic parody of the ritual editorial precautions against accusations of defamation or worse, and it is quickly undone in the same summary and convincingly contradicted by the author's own introduction and by the facts recounted. The suggestion seems to be: "Give me a mask and I will tell you the truth", but in this case the mask is so thin as to be virtually nonexistent.

A large photograph at the start of the book depicts a group of over thirty men, formally dressed and huddled together, posing for the camera – presumably father together with his friends. But there is no caption or explanation. The strategic omission of certain names linked to certain events reflects the limits of what can be safely and explicitly said. At such points Sciangula is addressing those who are sufficiently familiar with the facts to be able to read between the lines.

Sciangula has not only provided an important document with a novel perspective on the inner workings of Sicilian politics; he has also succeeded in doing this both convincingly and entertainingly. Armando Siciliano too must be congratulated for this latest example of outstanding ongoing work in promoting a deeper understanding of Sicilian culture across a wide spectrum – from this, the tragically true at one end to the breathtakingly beautiful at the other.

Students of Italian studies and others interested in the daily reality of corrupt politics and Mafia will learn more from a careful reading of Sciangula's book than from a dozen pseudo-specialist treatises on the subject by writers who engage in arid intra-academic recycling or peddle inaccurate accounts based on glamourised cinematic sources. 

Domenico Pacitti is Editor of JUST Book Reviews.

Note: This review was first published by JUST Book Reviews on January 26 2005.

dal sito:www.justbookreviews.net

postato da: carcarazzo | 11:01 | commenti

mercoledì, 16 febbraio 2005

PROCESSO CUFFARO

 PALERMO - E' comparso per la prima volta in pubblico il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, 45 anni, l'esperto di tecnologia che la notte piazzava microspie e telecamere per catturare la «primula rossa di Corleone» e di giorno forniva informazioni all'imprenditore Michele Aiello, indicato dagli inquirenti come prestanome di Bernardo Provenzano. Stamani ha partecipato all'udienza del processo alle talpe alla Dda, in cui è imputato assieme al presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, che invece era assente.

Dal giorno dell'arresto di Riolo, avvenuto il 5 novembre 2003, per concorso in associazione mafiosa e violazione del sistema informatico della Dda, il volto di maresciallo era rimasto un mistero. Il sottufficiale è agli arresti domiciliari, ed è considerato la talpa che avrebbe rivelato informazioni riservate sulle inchieste condotte dai carabinieri del Ros, di cui hanno beneficiato il boss latitante Matteo Messina Denaro, Provenzano e i suoi gregari e favoreggiatori.

Riolo, barba lunga e con indosso un giubbotto a vento di colore blu, è rimasto tutto il tempo seduto su una panca, a poca distanza dal suo «amico» Michele Aiello. L'esperto delle microspie, che avrebbe tradito i suoi colleghi, è stato scoperto dai carabinieri del Nucleo operativo che hanno condotto l'inchiesta che ha portato a individuare la rete «riservata» attraverso la quale Aiello apprendeva le notizie sulle indagini della procura antimafia.

L'indagine dei militari dell'Arma ha coinvolto politici, professionisti, imprenditori e uomini delle forze dell'ordine. Sono decine i carabinieri del Nucleo operativo che saranno chiamati a testimoniare dai pm, perché hanno partecipato a questa inchiesta. Riolo domani mattina deporrà in un altro processo, quello all'ex assessore comunale Domenico Miceli. In fase di istruttoria, il maresciallo aveva fatto rivelazioni su alcuni episodi che avrebbero coinvolto Miceli e Cuffaro. L'udienza di oggi è stata caratterizzata dalle deposizioni di alcuni dipendenti dei centri clinici di Aiello, che hanno parlato dei rimborsi richiesti alla Asl.


15 Febbraio 2005  da "La Sicilia"

postato da: carcarazzo | 10:59 | commenti

domenica, 13 febbraio 2005

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

"FIGLIO DI PARTITO"

DI ALFONSO SCIANGULA

EDITO DA ARMANDO SICILIANO EDITORE

ROMA (TRASTEVERE) 15 FEBBRAIO 2005 ORE 18.30

ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA CUNTRASTAMU

VIA AGOSTINO BERTANI 4

INTERVERRANNO: L'ON. GIUSEPPE LUMIA (CAPOGRUPPO DS ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA),

L'ON.ANTONIO DI PIETRO,

IL PROF. ENZO CICONTE (CONSULENTE COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA E DOCENTE DELL'UNIVERSITA' ROMA-TRE),

GIANNI FOGLIANI (AUTORE DEL LIBRO "CARO COMPAGNO"),

L'AUTORE ALFONSO SCIANGULA E L'EDITORE ARMANDO SICILIANO

AL TERMINE DELLA SERATA CUNTRASTAMU OFFRIRA' AI PARTECIPANTI UNA PICCOLA CENA CON I PRODOTTI DELLA COOPERATIVA PLACIDO RIZZOTTO DI SAN GIUSEPPE JATO (PALERMO), CHE LAVORA SUI TERRENI CONFISCATI ALLA MAFIA.

recensione di Maria Mazzei
Un libro a metà tra l'ingenuo racconto di un bambino alle prese con cose da grandi e la lucida accusa ad un intero sistema di potere questo "Figlio di partito. Visti da bambino gli amici di papà" di Alfonso Sciangula (Armando Siciliano Editore). E' il racconto del figlio appunto di Salvatore Sciangula, importante uomo politico siciliano che nella sua lunga carriera ricoprì incarichi nel governo della regione Siciliana e più tardi di capogruppo all'Assemblea regionale. Un figlio d'arte insomma Alfonso Sciangula, anzi di partito; che annovera tra gli eccellenti parenti anche Giuseppe Sinesio, sottosegretario in vari ministeri e poi vice presidente del partito negli anni Settanta. Entrambi ex sindaci di Porto Empedocle (nell'agrigentino) ed entrambi appartenenti alla potente Democrazia Cristiana siciliana, alla corrente andreottiana.

Alfonso Sciangula – cui viene rimproverato di «sputare nel piatto nel quale ha mangiato» - ripercorre la sua infanzia scandita dalle visite, dagli incontri e dai comizi del padre cui assiste con sorprendente curiosità; troppa curiosità, fino al punto di venire allontanato da certe riunioni. Ma l'esclusione non fa che aumentare la voglia di sapere di capire e di investigare i meccanismi di una pratica politica della quale il padre era maestro ed artefice. Politica clientelare, quella vecchio stile, in cui il cittadino-suddito veniva ascoltato ed esaudito dal suo padrino politico; in cui i partiti e i loro vari esponenti locali e nazionali altro non erano se non portatori di doti, di servizi e di relazioni. «Una volta - scrive Sciangula - chiesi a mio padre come si facesse a ricoprire un incarico di alta responsabilità». E il padre - il maestro - risponde che conquistare una poltrona è come «partecipare ad un'asta in cui ogni partecipante portava qualcosa da offrire e da porre sul piatto della bilancia per essere soppesato».

Questa era la politica ai tempi di Sciangula, fino all'avvento della fantomatica Seconda Repubblica. Una politica che conosceva bene anche la mafia, naturalmente. Tanto bene da conoscere alla perfezione che anche il linguaggio doveva essere uno strumento ben mediato dell'attività di propaganda: mai parlare di mafia, di latitanti, e soprattutto di antimafia. Alla mafia, per Sciangula, in pochi hanno resistito: resistito «al richiamo dell'accordo facile, del compromesso spartitorio, che assicurava favori e protezione da un lato e voti e/o soldi da riciclare dall'altro». Appare ineluttabile la scelta di colludere con la mafia, quando l'autore amaro afferma che «sono pochi, anzi inesistenti, i partiti che in Sicilia non hanno avuto rapporti di connivenza con la mafia».

Si tratta di una politica marcia, all'interno e all'esterno dei partiti. In cui un politico non deve solo comprarsi i voti del proprio compagno di squadra, che gli è negato per lotte intestine; ma talvolta anche quello della squadra avversa, in un consociativismo cui non erano estranei il sistema imprenditoriale e quello dell'informazione. E' il sistema che ben conosciamo, quello di Tangentopoli. Scoppiato e mai risolto perché – come sostiene l'autore - la Verità, quella che ha lasciato dentro le istituzioni e dentro l'amministrazione pubblica le "talpe" che allora come oggi assicurano impunità e protezione - fino a che il cavallo è in sella e poi di nuovo a disposizione per il novello potente del momento - sono rimaste al loro posto. E quel sistema, quello di Tangentopoli, sarebbe caduto non per i colpi dei moralizzatori, ma per la sua stessa insostenibilità. E' stato l'enorme debito pubblico che ha scompaginato le carte, più delle «accuse, delle indagini, delle condanne e delle reticenze della stessa magistratura che per anni non era intervenuta, così come non era intervenuta la Corte dei COnti, il Tar, il Co.re.co e quant'altrio dovevano controllare e non hanno controllato».

Una sorta di bestiario moderno in cui gli amici di papa si muovono sul palcoscenico di un sistema politico malato che produce malattia. Sono molti gli “attori” di questa recita tragicomica in un gioco - quello proposto dall’autore - di identificazione possibile solo attraverso la decodifica di soprannomi, linguaggi e vezzi. Come a dire – chissà se a ragione -: sono tutti uguali.

 

da www.cuntrastasmu.org

 

 

 

 

 

 

postato da: carcarazzo | 14:03 | commenti (1)

giovedì, 10 febbraio 2005

 
Inchiesta "Grande mandamento"
Accertamenti anche sui politici
Accertamenti su politici sono stati avviati dagli investigatori, su ordine della Dda di Palermo, nell'ambito dell'inchiesta «Grande mandamento» che nelle scorse settimane ha portato all'arresto di 51 persone accusate di essere gregari e favoreggiatori del boss latitante Bernardo Provenzano.

Accertamenti su politici sono stati avviati dagli investigatori, su ordine della Dda di Palermo, nell'ambito dell'inchiesta «Grande mandamento» che nelle scorse settimane ha portato all'arresto di 51 persone accusate di essere gregari e favoreggiatori del boss latitante Bernardo Provenzano.
L'inchiesta si allarga a deputati regionali, nazionali ed europarlamentari che vengono tirati in ballo dagli indagati durante le loro conversazioni registrate dalle microspie dei carabinieri del Ros.
I presunti mafiosi, parlando dell'organizzazione della campagna elettorale delle Europee, fanno riferimento a Francesco Musotto, attuale presidente della Provincia di Palermo ed eurodeputato di Forza Italia. In un'altra intercettazione, registrata il 13 settembre scorso, Emanuele Lentini, arrestato per associazione mafiosa, perchè accusato di avere gestito la «posta» di Provenzano, parla con un politico locale dell'Udc di Bagheria, Mariano Lanza. I due discutono della situazione politica locale e di quella Regionale. Lanza dice di avere avuto un colloquio con il deputato dell'Udc Saverio Romano sulle imminenti elezioni comunali e sostiene che «quelli di Forza Italia» dovranno rivolgersi all'Udc per essere eletti.
Lentini afferma che Salvatore Cuffaro, presidente della Regione «ha mollato» anche gli assessori a cui teneva maggiormente, diventando «meno arrogante sul piano del potere». Lentini ricorda inoltre di quando faceva parte del movimento giovanile e Calogero Mannino era un politico molto influente nella Dc.
Il presunto boss ed il politico di Bagheria parlano di Cuffaro e Romano e accennano anche al fatto che ormai i loro rapporti con l'ex ministro Mannino si sono deteriorati «in quanto nei momenti di difficoltà di Mannino loro non si sono fatti indietro ed hanno continuato l'escalation politica».
Nelle conversazioni si fa anche riferimento agli esordi in politica degli assessori regionali Scoma e Cascio.
 
Palermo 09/02/2005 h.17.26.03 dal Giornale di Sicilia

postato da: carcarazzo | 09:05 | commenti

martedì, 08 febbraio 2005

 Processo talpe Dda, pm depositano nuovi atti

PALERMO - Seconda udienza del processo per le talpe alla Dda, con 13 imputati, fra cui il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro. Il collegio, presieduto da Vittorio Alcamo, dopo avere sciolto le riserve su alcune questioni sollevate la scorsa udienza dai difensori, ha accolto la costituzione di parte civile del comune di Bagheria e della Asl di Bagheria.

Cuffaro non è presente in aula (si è rotto due legamenti della caviglia ed è immobilizzato). A conclusione delle decisioni del tribunale i pm Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia hanno iniziato ad esporre i fatti e le accuse. E' stato evidenziato il ruolo ricoperto dall'imprenditore Michele Aiello, imputato anche lui in questo processo, che avrebbe protetto, secondo l'accusa, grazie alla complicità di esponenti delle forze dell'ordine, la latitanza del boss Bernardo Provenzano.

Il pm ha sottolineato anche il ruolo ricoperto da Cuffaro in questa inchiesta. Secondo la procura il governatore «è stato la fonte principale delle informazioni riservate» che hanno favorito i boss mafiosi di Brancaccio a sviare le indagini.


La procura ha depositato una nuova attività integrativa di indagine. A conclusione dell'udienza il pm Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia hanno comunicato alle parti il deposito di nuova documentazione che riguarda gli imputati, in particolare il presidente della Regione Salvatore Cuffaro e l'imprenditore di Bagheria, Michele Aiello. Si tratta di intercettazioni ambientali eseguite nell'ambito dell'inchiesta «Grande mandamento», che nei scorsi giorni ha per favoreggiamento nei confronti di Bernardo Provenzano.

Nell'intercettazione si fanno riferimenti a Cuffaro. Mentre accertamenti bancari che riguardano un altro presunto mafioso, Carmelo Bartolone, anche lui arrestato nell'inchiesta Grande mandamento, hanno portato alla scoperta di assegni sospetti di Aiello. Infine, depositato un interrogatorio del collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, nel quale il boss afferma che Aiello era «nelle mani» di Episcopo e Tolentino, anche loro arrestati nell'operazione che ha portato in carcere i gregari di Provenzano.


8 Febbraio 2005 da La Sicilia

postato da: carcarazzo | 18:10 | commenti

 
Palermo
Le talpe
nella Dda
Aperto
il dibattimento
al processo
Il collegio, presieduto da Vittorio Alcamo, dopo avere sciolto le riserve su alcune questioni sollevate la scorsa udienza dai difensori, ha accolto la costituzione di parte civile del comune di Bagheria e della Asl

Il presidente della terza sezione del tribunale ha dichiarato aperto il dibattimento del processo per le talpe alla Dda, con 13 imputati, fra cui il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro.
Il collegio, presieduto da Vittorio Alcamo, dopo avere sciolto le riserve su alcune questioni sollevate la scorsa udienza dai difensori, ha accolto la costituzione di parte civile del comune di Bagheria e della Asl.
Il governatore non è presente in aula (si è rotto due legamenti della caviglia ed è immobilizzato).
A conclusione delle decisioni del tribunale i pm Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia hanno iniziato ad esporre i fatti e le accuse. È stato evidenziato il ruolo ricoperto dall'imprenditore Michele Aiello, imputato anche lui in questo processo, che avrebbe protetto, secondo l'accusa, grazie alla complicità di esponenti delle forze dell'ordine, la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Il pm ha sottolineato anche il ruolo ricoperto da Cuffaro in questa inchiesta. Secondo la procura il governatore «è stato la fonte principale delle informazioni riservate» che hanno favorito i boss mafiosi di Brancaccio a sviare le indagini.
 
Palermo 08/02/2005 h.11.10.22 dal Giornale di Sicilia

postato da: carcarazzo | 17:57 | commenti

martedì, 01 febbraio 2005

 

  martedi 01 febbraio 2005


Talpe alla Dda, via al processo a Cuffaro

PALERMO - Inizia oggi davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Palermo, presieduta da Vittorio Alcamo, il processo per le "talpe" in Procura. Nel procedimento, denominato «Aiello + 14», è imputato anche il presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, accusato di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. Il governatore, difeso dagli avvocati Nino Caleca, Claudio Gallina Montana, e Grazia Volo, oggi non è presente in aula per impegni istituzionali precedentemente assunti, ma ha fatto sapere che presenzierà tutte le volte che gli sarà possibile farlo.

A Cuffaro nel giugno del 2003 era stato notificato un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa. Successivamente le ipotesi di reato sono state modificate in favoreggiamento di Cosa Nostra e rivelazione di segreti d'ufficio. Ma il 2 novembre del 2004, il gup Bruno Fasciana, ha rinviato a giudizio Cuffaro solo per il favoreggiamento. Benchè il governatore sia sospettato di aver rivelato notizie coperte da segreto investigativo, la sua condotta per il gup non è giuridicamente qualificabile come concorso in violazione del segreto perchè a tale segreto egli non è tenuto.

Limitatamente a quest'imputazione, Fasciana con un provvedimento di 45 pagine ha dichiarato il non luogo a procedere. Il gup ha motivato sostenendo che perchè sia configurabile il reato quando ci si trova in presenza di pubblico ufficiale non funzionalmente depositario del segreto (il presidente della Regione), non è sufficiente la semplice rivelazione (peraltro susstente, secondo il magistrato) ma occorre che l'indagato abbia istigato un pubblico ufficiale per legge invece tenuto al riserbo, a svelare notizie riservate.

Oltre a Cuffaro, gli imputati sono l'imprenditore Michele Aiello, il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, il medico radiologo Aldo Carcione, l'ex assistente giudiziaria Antonella Buttitta, il consigliere dell'Udc Roberto Rotondo, il vicequestore della polizia di Stato Giacomo Veneziam, i medici Domenico Oliveri e Michele Giambruno, i funzionari dell'Ausl Lorenzo Iannì, Salvatore Prestigiacomo, Adriana La Barbera, e il marito di quest'ultima Angelo Calaciura. Il processo riguarda anche una truffa ai danni della Regione che sarebbe stata compiuta dalle società «Atm» e «Diagnostica per immagini» di Aiello, beneficiando di rimborsi non dovuti per prestazioni sanitarie.

L'inchiesta sulle "talpe" si intreccia con un'altra, denominata «Ghiaccio 2» e relativa ai rapporti del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro con ambienti politici e istituzionali. Entrambe ruotano attorno alla figura dell'imprenditore della sanità privata Michele Aiello, ritenuto vicino al boss mafioso latitante Bernardo Provenzano e accusato di aver costituito un rete di informatori per carpire notizie sulle indagini antimafia. Nel salotto di Guttadauro, durante la campagna elettorale delle elezioni regionali del 2001, erano state registrate diverse ore di conversazione con mafiosi, politici e medici. Nel corso di questi dialoghi è stato fatto più volte riferimento al nome di Cuffaro.

E proprio da queste intercettazioni sono scaturiti i due filoni di inchiesta nel cui ambito erano stati arrestati, tra gli altri, l'ex assessore alla Salute del Comune di Palermo, Domenico Miceli, attualmente sotto processo per concorso in associazione mafiosa, e l'ex maresciallo dei carabinieri e deputato regionale dell'Udc, Antonino Borzacchelli, che viene giudicato in un altro procedimento per concussione e rivelazione di segreto.

Secondo la procura, il presidente Cuffaro avrebbe appreso informazioni riservate su indagini svolte dalla Dda da una «fonte romana» che non è stata individuata e da Borzacchelli. I pm hanno fatto riferimento anche a un incontro fra Aiello e Cuffaro, avvenuto nell'ottobre 2003 «in incognito» a Bagheria. In quell'occasione il governatore, secondo i magistrati, avrebbe rivelato all'imprenditore che erano state avviate indagini sui maresccialli della Dia e del Ros Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, poi arrestati con l'accusa di essere tra le "gole profonde" al servizio di Aiello. Cuffaro ha sempre respinto ogni addebito e si è detto sicuro di poter dimostrare «la propria estraneità davanti ai giudici».

L'accusa sarà rappresentata dai pubblici ministeri Nino Di Matteo, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino. Le inchieste sono state coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone. La Procura ha predisposto un elenco di 148 testimoni. Tra questi, i carabinieri che hanno condotto l'inchiesta, ma anche quelli che presero parte all'arresto di Totò Riina (15 gennaio '93), i quali trovarono nelle tasche del boss diversi 'pizzinì in uno dei quali c'era il nome Aiello, il maresciallo della Guardia di Finanza, in servizsio alla Dia, Giuseppe Ciuro, detenuto dal 5 novembre 2003, i collaboratori di giustizia Antonino Giuffrè, Angelo Siino, Giovanni Brusca, Gioacchino La Barbera e Salvatore Lanzalaco.

L'accusa citerà anche Margherita Pellerano, ex segretaria del procuratore aggiunto Guido Lo Forte (indagata nell'inchiesta sulle talpe, ma la sua posizione è stata stralciata), Giovanni Paparcuri (esperto informatico della Dda), l'ex assessore regionale alla Sanità, Ettore Cittadini, e ancora Fabrizio Bignardelli, Vito Raso e Giovanni Antinoro dello staff di Cuffaro alla Presidenza della Regione.

da "La Sicilia"

postato da: carcarazzo | 10:12 | commenti