[contromafia]
 

martedì, 22 marzo 2005

da:  il tabulario febbraio 2005

Figli di partito e piccoli tapini

di Paolo Lidestri

Presenti il sindaco Dimaggio,

l’onorevole Sanzarello, il presidente

del Consorzio dell’Alesa

Lucio Pinto, l’editore Armando Siciliano

e l’autore Alfonso Sciangula, sabato

 

19 febbraio è stato presentato a

Tusa "Figlio di partito – Visti da bambino

gli amici di papà", un volumetto di 120

pagine che racconta un tratto caratteristico

e importante della vita politica

siciliana al tempo della Democrazia

cristiana, attraverso la scansione

dei rapporti politico-amicali-societari

di uno dei più importanti esponenti

della vita amministrativa di un’intera

fase storica, l’on. Salvatore Sciangula,

appunto visti dagli "occhi bambini" del figlio Alfonso.

Il libro è, insieme, una presa di

distanza da quel mondo dorato fatto

di intrighi affaristici naturalmente

vocati a sconfinare talora nelle pratiche

chiaramente illecite e contro le

quali erano in tanti a non poter scagliare

la prima pietra, ma anche un

tentativo di salvarne il filone dei legami

umani, quella tessitura paziente

di rapporti politico-ideali, cioè,

quale cifra indentitaria di un controllo

sociale certamente un po’ totalitario

e tuttavia non meramente oppressivo.

L’autore scioglie il primo dubbio

amletico entrando subito nel vivo

della questione: «Qualcuno dirà che

sto sputando nel piatto in cui ho mangiato

per anni. Ma ditemi voi, cosa

avrei dovuto fare? Continuare a mangiare

in un piatto pur sapendo che era avvelenato?

«Quando ho potuto mi sono allontanato

da quella tavola ed ho definitivamente

abbandonato quel desinare

e per quanto le "sirene" mi continuassero

a chiamare non mi sono più avvicinato».

E’ toccato al sindaco Dimaggio,

introdurre e presentare. E lo ha fatto

con piena immedesimazione, attingendo

anche a qualche ricordo personale.

«L’on. Salvatore Sciangula» - ha

detto il Sindaco - «è stato un interprete

del modus vivendi di un’epoca, l’epoca

della prima repubblica: senza che

ci scandalizziamo, senza che giudichiamo

». Bastava, aggiungiamo noi

(ma in parte ammette anche Dimaggio,

parlando della sua provenienza

contadina e del fatto «che ci voleva

qualcosa di più» della pur importante

laurea per riuscire nella professione),

che si condiscendesse e ci si adeguasse:

in una parola, che si portasse

il giusto pacchetto di voti al giusto gruppo politico.

Ma, sebbene abbia dato l’impressione

che egli la situazione la osservasse

da "lastrico", mentre a noi pare

che anch’egli avesse goduto alquanto

di quel "modus vivendi" dell’epoca,

occorre dare atto al Sindaco che egli

almeno il libro lo aveva letto. Non così

è stato per l’on. Sanzarello, che si è

ritrovato a tessere messe di lodi e di

elogi, dei quali nel libro non si intravedono riscontri.

Così, quando Alfonso Sciangula ha

finalmente preso la parola e ha cominciato

a raccontare le ragioni e i torti

che lo avevano spinto a scrivere quel

libro, quando ha incominciato ad intersecare

soprattutto storia della sua famiglia

e di suo padre e di quella assai più

grande famiglia della Democrazia

cristiana, e di un particolare "modus

vivendi" che in Sicilia ha voluto dire

occupazione del potere, malaffare e

spesso contiguità con la mafia), quando

ha tirato fuori alcune altre storie,

citando alcuni altri nomi eccellenti

(Andreotti, Filippo Salamone, Paolo e

Silvio Berlusconi, Salvatore Cuffaro,

Borzacchelli ecc.), con riferimenti precisi

e niente affatto lusinghieri, il timbro

dell’assemblea ha preso un’altra

piega e il viso dell’on. Sanzarello un altro colore.

Ad onor del vero, la lettura del

volumetto di 120 pagine, che scorrono

leggere e veloci come una stilettata,

forse non è al pari della denuncia

forte ed esplicita che l’autore ha impresso

alla sua presentazione, perdendo

qua e là parte della forza e della

schiettezza della "versione orale".

Tuttavia, per chi conosce anche sommariamente

persone e fatti della Sicilia,

il libro è molto più del "pugno

allo stomaco" di cui ha parlato Lorenzo

Siragusa. Al tal punto, che Alfonso

Sciangula ha già effettuato alcune

testimonianze (ed altre verosimilmente

ne produrrà) nei processi di mafia

e di malaffare oggi in essere, che mal

si conciliano con questo smunto giudizio

di "tiratina d’orecchi" dentro cui

si pretende di incasellare i fatti denunciati nel libro.

L’onorevole Sanzarello, trovandosi

a tal proposito completamente spiazzato,

ha replicato attenendosi alla

prima versione, sottolineando che comunque

Sciangula padre era parte di

una comunità politica che sapeva dialogare

al di là degli schieramenti (il libro

parla di mazzette anche per parlamentari

della minoranza, quando si

trattava di far passare provvedimenti

a rischio), esaltando le doti di mediatore

dell’allora assessore ai lavori pubblici.

Il Sindaco, per parte sua, rispondendo

ad alcuni nostri rilievi critici

sul suo modo di concepire il potere nel

rapporto con il diritto di pensiero delle

persone, ci ha indirettamente risposto

citando e facendolo suo un paragrafo

del libro: «…Poi c’era la categoria sempre

aperta, di quelli che papà chiamava

"i tapini", che io la prima volta che

sentii questa parola gli chiesi: "Papà,

che vuol dire tapino?". E lui mi rispose:

"Tapino vuol dire misero, squallido…

sono quelli che in pubblico ti

insultano ‘o me o lui, o via lui o via

io’, ma poi all’occorrenza ti chiedono

un aiuto per il quale sono pronti al

ringraziamento ma in privato, all’oscuro

dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica"».

Noi vogliamo ricordare al Sindaco

che nè a lui nè ad altri ci siamo mai

rivolti per avere favori, né ci verrebbe

in mente mai di farlo. Noi siamo adusi

a reclamare, nei suoi confronti come

di chiunque altro riveste posizione di

potere istituzionale, e tuttavia mai in

contrapposizione ad altri, nostre esclusive

prerogative, nostri ed altrui diritti

indisponibili. Ai quali, purtroppo,

registriamo che non sempre si risponde

come un vero Stato di diritto

imporrebbe di fare.

Ma su queste tematiche e sulla

pregnante attualità del libro, ci ripromettiamo

di ritornare, magari ospitando

altri contributi, altre opinioni

che il libro, ormai in tanti posti della

Sicilia e dell’Italia tutta, ha suscitato

in occasione di altre presentazioni, con

persone più importanti di noi e più addentro

alle cose di questa nostra bella

e amara isola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: carcarazzo | 09:39 | commenti

venerdì, 18 marzo 2005

Mafia, tutte le «talpe» di Aiello

la sicilia, di Giorgio Petta

Palermo.  Spunta un'altra «talpa» al servizio di Michele Aiello, il «re Mida» della sanità privata siciliana accusato di associazione mafiosa ed attualmente agli arresti domiciliari nella sua casa di Bagheria. Il suo nome è Tommaso Angileri, consulente radiologo del Centro diagnostica per immagini, una delle società di Aiello. Ed è stato proprio quest'ultimo – sentito ieri mattina per due ore nel processo che vede imputato per concorso in associazione mafiosa l'ex assessore comunale dell'Udc Domenico Miceli davanti ai giudici della terza sezione del tribunale presieduta da Raimondo Lo Forti – a rivelarne l'esistenza.
Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Aiello ha detto che fu il dott. Angileri ad informarlo che i magistrati avevano interrogato Miceli, dopo il suo arresto, sulla cessione della «Ria», il laboratorio di analisi di via Villafranca a Palermo di cui erano soci Giacoma Chiarelli (moglie del Governatore Salvatore Cuffaro), la sorella di Angileri e lo stesso Miceli. Si tratta della società rilevata da Aiello tra il '96 e '97, per acquisire la convenzione con la Ausl 6 di Palermo e poi trasferita a Bagheria per diventare un centro specialistico di terapie oncologiche. Aiello ha spiegato che Angileri gli riferì il contenuto degli interrogatori mentre raccoglieva nella clinica «Villa S. Teresa» le firme per la scarcerazione di Miceli. Per avere la conferma di quanto gli aveva detto Angileri, «ho chiesto informazioni al maresciallo Giuseppe Ciuro (arrestato nell'ambito delle “talpe” della Dda di Palermo, ndr) e lui mi disse che domande erano state fatte»

Aiello ha poi ricostruito i suoi rapporti con il Governatore, con l'ex parlamentare regionale Udc Antonio Borzacchelli, con i marescialli del Ros Giorgio Riolo e della Dia Giuseppe Ciuro, con Domenico Miceli. «Cuffaro – ha detto – me lo presentò Borzacchelli nel '94-'95. Più volte gli ho chiesto consigli visto che è un radiologo e poteva darmi suggerimenti utili su come agire nel campo della radioterapia o della Tac. Lui è stato sempre ben lieto di darmeli. Cuffaro veniva spesso al Centro, qualche volta accompagnava amici che facevano esami. Io stesso sono stato più volte a casa sua. Ci siamo incontrati per l'ultima volta pochi giorni prima del mio arresto, il 31 ottobre 2003 in un negozio di Bagheria. In quell'occasione gli chiesi se aveva fatto un prestito a Giorgio Riolo, così come mi aveva riferito Borzacchelli. Cuffaro mi rispose di non avergli fatto alcun prestito».

Aiello ha confermato di avere versato numerose somme di denaro sia a Borzacchelli che a Riolo. «Borzacchelli, a cui ho dato più di un miliardo di lire in denaro e lavori alla sua villa, pretendeva il 5% delle quote delle mie società, altrimenti minacciava di distruggermi con i guai giudiziari. Anche Riolo mi chiese soldi. Erano prestiti: gli diedi 20 milioni per l'acquisto di un'auto, ma non mi furono mai restituiti». Due, infine, gli incontri con Miceli: «Il primo dal notaio quando ho acquisito la “Ria”; il secondo, per caso, alla clinica Demma e c'era pure Riolo».


postato da: carcarazzo | 11:08 | commenti

martedì, 15 marzo 2005

Processo talpe Dda, Procura deposita verbali Giuffrè
Udienza del 15 marzo 2005


PALERMO - Uno stralcio dei verbali del pentito Antonino Giuffrè, dell'11 e 12 dicembre 2002, sulla elezione di Salvatore Cuffaro a presidente della Regione e sulla volontà di cosa nostra di appoggiarlo, è stato esibito e depositato dal Pm Nino Di Matteo nel processo alle «talpe» della Dda, con 13 imputati, che è ripreso stamane davanti alla terza sezione del tribunale presieduta da Vittorio Alcamo.

Tra gli imputati il governatore Cuffaro, accusato di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra, l'ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, indicato come una talpa della mafia, e l'imprenditore alla Sanità Michele Aiello, agli arresti domiciliari per associazione mafiosa.

Come ha sottolineato il Pm, i verbali attestano che già nel 2002 Giuffrè aveva fatto dichiarazioni sulle elezioni regionali del 2001 in Sicilia e sulle preferenze espresse da Cosa nostra. Il presidente Alcamo, prendendo atto del deposito, ha dichiarato «superate le eccezioni sollevate dai difensori di Cuffaro durante la deposizione di Giuffrè».

L'udienza è proseguita con la deposizione di Giuseppe Rallo, il medico che presentò Riolo all'ex assessore dell'Udc Domenico Miceli imputato anche lui per concorso in associazione mafiosa in un altro processo. Rallo ha deposto nella veste di teste assistito, avendo patteggiato una condanna a nove mesi per intercettazioni illegali effettuate dal maresciallo Riolo nei confronti della sua ex moglie. «Se mi trovo in questo pasticcio - ha esordito Rallo - è solo per l'amicizia e l'affetto che mi legano al mio vecchio amico Miceli».

Rispondendo alle domande del Pm, il teste ha raccontato che venne a sapere, casualmente, da Riolo che «Miceli non era tanto una brava persona», e che per questo motivo, confidandosi con l'amico, gli chiese cosa stesse succedendo. «Miceli mi spiegò - ha detto Rallo - che durante la campagna elettorale si era recato a casa di Giuseppe Guttadauro, persona che già si sapeva essere coinvolta in vicende giudiziarie, e che sicuramente era stato intercettato». Il teste più volte sollecitato dal Pm e dal presidente a non nascondere la verità al tribunale, per non incorrere in una denuncia per falsa testimonianza, è stato quindi congedato. L'udienza sta proseguendo.


15 Marzo 2005 da "La Sicilia"

postato da: carcarazzo | 12:38 | commenti

mercoledì, 09 marzo 2005

PROCESSO ALLE TALPE DELLA PROCURA DI PALERMO

PALERMO - L'intreccio fra mafia e politica è stato al centro della deposizione a Milano del pentito Nino Giuffrè nel processo alle Talpe nella Dda di Palermo, che fra i tredici imputati vede anche il presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro.

Nel corso dell'udienza, che si è svolta nell'aula bunker di Milano, il collaboratore di giustizia ha puntato il dito proprio contro il governatore dell'isola, sostenendo che la sua elezione a Presidente della Giunta regionale nel 2001 sarebbe stata «appoggiata» da cosa nostra, che avrebbe «interferito» nella campagna elettorale tramite «persone insospettabili, dal volto pulito».

Secondo l'ex capomafia di Caccamo, sarebbe stato direttamente Bernardo Provenzano ad impartire l'ordine di appoggiare Cuffaro, «perchè lo considerava un politico affidabile fin dal 1996». Il boss, sempre in base al racconto di Giuffrè, era «ancorato alla vecchia democrazia cristiana, ai politici che la rappresentavano» e di cui Provenzano «stimava la serietà, l'esperienza e l'affidabilità».

Immediata la replica di Cuffaro: «Le dichiarazioni del collaborante Giuffrè, mettono in luce un dato incontestabile: il sottoscritto non ha mai cercato appoggi elettorali in ambienti mafiosi, che invece sembrano aver assunto le loro determinazioni in ragione di squallidi e vergognosi calcoli di potere». Il presidente della Regione si dice inoltre «sorpreso dalle doti divinatorie di questi ambienti criminali i quali già nella campagna elettorale del 1996 erano a conoscenza del fatto che sarei diventato assessore all'agricoltura del prossimo governo, cosa che all'epoca io non solo ignoravo, ma neanche immaginavo essendomi sempre occupato di tutt'altro».

Sottoposto ad una raffica di domande, prima dal pm Michele Prestipino e poi da Nino Di Matteo, per oltre sette ore Nino Giuffrè ha parlato della «gestione politica» di cosa nostra voluta da Provenzano dopo l'arresto di Totò Riina, avvenuto nel 1993. A partire da quella data, ha spiegato il pentito, si sarebbe avuta, una «svolta» cioè «non si sono più uccisi i politici».

Giuffrè ha parlato pure della «linea» inaugurata da Provenzano, che avrebbe cercato di circondarsi di persone insospettabili che «potevano essere infiltrate nella politica». «Provenzano - ha detto Giuffrè - faceva spesso presente l'inaffidabilità e l'inesperienza dei politici di adesso che non sono capaci di gestire dietro le quinte le attività di sottogoverno e di favorire i nostri uomini».

Nella sua lunga deposizione, il pentito ha confermato la proverbiale diffidenza del superlatitante di cosa Nostra, che a 72 anni va in giro con un apparecchio elettronico in grado di rilevare la presenza di microspie nei luoghi in cui convoca i summit con altri boss. Lo fa perchè, ha spiegato Giuffrè, è «guardingo», non si fida e ha notizie di «prima mano» sulla sistemazione di telecamere e microspie nei luoghi frequentati dai suoi favoreggiatori. «Sapeva - ha rivelato il pentito - passo passo tutti i luoghi in cui gli investigatori piazzavano le cimici. Queste informazioni gli arrivavano da Bagheria».

Il processo riguarda anche il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, l'esperto del Ros in apparecchiature tecnologiche che da un lato piazzava microfoni e telecamere nell'ambito delle ricerche di Provenzano e dall'altro, secondo l'accusa, riferiva tutto all'imprenditore Michele Aiello, anche lui sotto processo per associazione mafiosa,indicato come prestanome di Provenzano.

L'anziano padrino, secondo Giuffrè, avrebbe diversi «interessi economici nel settore della sanita siciliana», oltre che nelle strutture cliniche di Bagheria che fanno capo ad Aiello. Il pentito svela di avere avuto «nelle mani» anche alcuni medici dell'ospedale di Termini Imerese ai quali ha presentato il nipote di Provenzano, Carmelo Gariffo, che vendeva attrezzature medicali, per farle acquistare all'ospedale.


9 Marzo 2005  da La Sicilia

postato da: carcarazzo | 12:33 | commenti

giovedì, 03 marzo 2005

 

I soldi della mafia, trovati gli appunti di Ciancimino

repubblica, di SALVO PALAZZOLO

L´ultima inchiesta della Procura di Pietro Grasso sul riciclaggio dei soldi della mafia si sta già sviluppando su più fronti. Tutti carichi di sorprese. Padre Giuseppe Bucaro, che avrebbe ricevuto una donazione di 5 milioni di euro da uno dei principali indagati (il tributarista Gianni Lapis), ha deciso di dimettersi dalla presidenza del Centro Borsellino: per domani è stato convocato in Procura. Ieri pomeriggio è toccato invece a Massimo Ciancimino, il figlio dell´ex sindaco, presentarsi al palazzo di giustizia per spiegare il senso dei discorsi con Lapis intercettati dai carabinieri: parlavano di soldi, tanti soldi, da investire in operazioni internazionali. Il sospetto della Procura è che tra quei canali finanziari sia passato il tesoro dell´ex sindaco Vito Ciancimino.

Lui è morto due anni fa, ma si è portato dietro tanti misteri. Che tornano prepotentemente a galla. Due settimane fa, durante la perquisizione della casa palermitana di Massimo Ciancimino, i carabinieri del Nucleo operativo si sono imbattuti negli appunti di don Vito: contengono la sua verità sulla "trattativa" fra Stato e mafia durante i mesi delle stragi del ´92.
I documenti manoscritti sono stati sequestrati, così come il famoso memoriale che Ciancimino aveva aggiornato prima della morte, dal titolo "Le mafie" e il cui contenuto è noto da tempo. Ma all´autobiografia dell´ex sindaco mancava un capitolo, quello più delicato: negli appunti sequestrati dai carabinieri c´è la cronistoria degli appuntamenti segreti che nell´estate del ´92 Vito Ciancimino ebbe prima con il capitano Giuseppe De Donno e poi con l´allora colonnello Mario Mori, oggi generale e direttore del Sisde, di recente rinviato a giudizio con l´accusa di favoreggiamento per i ritardi nella perquisizione di casa Riina.
I carabinieri hanno sempre sostenuto che il loro unico scopo era quello di convincere Ciancimino alla collaborazione con la giustizia: in realtà l´ex sindaco andava a riferire i dialoghi a un "interlocutore-ambasciatore", come lo chiama nei suoi appunti, un uomo di Cosa nostra. Al termine di quella "trattativa" (le sentenze sulle stragi del ´92-93 la chiamano ormai così) Riina finì in manette. Ed è rimasto il sospetto che il capo di Cosa nostra sia stato consegnato tramite quel canale.

Gli appunti di don Vito sono adesso all´esame del procuratore Pietro Grasso. Potrebbero fare la loro comparsa già al processo che il 7 aprile si aprirà a Palermo con Mario Mori e Sergio De Caprio imputati.
In una giornata ricca di colpi di scena, la famiglia Borsellino ha scelto di rompere il silenzio: «Alla luce di quanto appreso dai mezzi di informazione sul presunto coinvolgimento di padre Giuseppe Bucaro in un´inchiesta giudiziaria sul riciclaggio, nel ribadire l´importanza del lavoro svolto dal sacerdote per il Centro Borsellino - si legge in un comunicato - apprezza il nobile gesto delle sue odierne dimissioni dalla presidenza del Centro Paolo Emanuele Borsellino fino all´accertamento della sua completa estraneità ai fatti addebitatigli, avendo piena fiducia nell´operato della magistratura.

postato da: carcarazzo | 17:19 | commenti

 COSE DELL'ALTRO MONDO

PALERMO - Una donazione di cinque milioni di euro, transitata da alcuni conti correnti svizzeri, e poi transazioni per grosse somme di denaro sulla cui provenienza indaga la Dda di Palermo, sono i pilastri dell'accusa che riguarda padre Giuseppe Bucaro, sacerdote noto a Palermo per il suo impegno antimafia, parroco della chiesa di Sant'Ernesto, sotto inchiesta per riciclaggio.

Il religioso ieri si è dimesso da presidente del Centro Paolo Borsellino, dopo l'avviso di garanzia che gli è stato notificato dalla Procura. I Pm che conducono le indagini lo interrogheranno domani, mentre gli operatori del Centro esprimono pieno sostegno al sacerdote e parlano di «strategie nuove di alta ingegneria mafiosa».

Padre Bucaro è coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio di denaro in cui sono indagati anche il tributarista Gianni Lapis e Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto alcuni anni fa. Gli inquirenti hanno monitorato centinaia di movimenti bancari, ascoltato migliaia di ore di conversazioni intercettate fra Cancimino, Lapis e Bucaro. Il sacerdote non avrebbe mai avuto contatti diretti con il figlio dell'ex sindaco. Lapis avrebbe mediato ogni cosa, compreso la consegna di una «maxi donazione» di cinque milioni di euro che il sacerdote avrebbe chiesto a Lapis e che sarebbe transitata da un conto corrente cifrato in Svizzera, intestato alla sorella del sacerdote.

Insomma, per gli investigatori, il presidente del Centro Borsellino si sarebbe prestato, per l'accusa, a ripulire parte del «tesoro di Vito Ciancimino». E per chiarire meglio anche questo aspetto per molte ore è stato interrogato in procura Massimo Ciancimino, al quale sono state contestate intercettazioni ambientali e movimenti bancari. L'attenzione degli inquirenti si sofferma su investimenti in opere di metanizzazione in Russia, Bulgaria e Romania e su altri progetti finanziari. Gli investimenti sarebbero stati effettuati da Lapis, ex consulente finanziario di Vito Ciancimino e oggi di suo figlio Massimo, a partire dal gennaio del 2003.

Il coinvolgimento di un sacerdote in indagini della Procura di Palermo non è una novità. In passato erano stati indagati anche il vescovo di Monreale, Salvatore Cassisa, per una presunta truffa alla Ue, che dopo essere stato condannato in primo grado è stato assolto in appello, e Padre Mario Frittitta, il carmelitano che andava a confessare il boss latitante Pietro Aglieri e che per questo motivo è stato prima arrestato, poi condannato per favoreggiamento e infine anche lui assolto in appello. Nel registro degli indagati della Dda è finito anche monsignor Salvatore Salvia, il parroco di Giardinello, per il quale il gip aveva respinto la richiesta di arresto avanzata nel '97 dalla Procura. Ma c'è anche una vicenda giudiziaria scabrosa che coinvolge un altro «sacerdote antimafia» palermitano, Don Paolo Turturro, ex parroco della Chiesa di Santa Lucia, davanti al carcere dell'Ucciardone, accusato di pedofilia. I magistrati della Procura hanno disposto nei suoi confronti il divieto di soggiorno a Palermo. L'udienza preliminare nei confronti del sacerdote, in corso davanti al Gup, oggi è stata rinviata all'11 aprile per decidere sull'eventuale rinvio a giudizio del religioso, che si è trasferito in un convento di Messina.


3 Marzo 2005  dal "La Sicilia"

postato da: carcarazzo | 17:09 | commenti

martedì, 01 marzo 2005

IN ESCLUSIVA PER I LETTORI DI CONTROMAFIA

IL NUOVO IDENTIKIT DI BERNARDO PROVENZANO

 

postato da: carcarazzo | 22:21 | commenti