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venerdì, 29 aprile 2005

Le cifre del bombardamento su Mediaset e Rai, in testa snack e dolci
Su Italia 1 su 15 ore di programmi ben 4 sono di pubblicità
Bambini e televisione
30mila spot all'anno

di MARIA STELLA CONTE



ROMA - È una vecchia querelle quella della tv che fa male ai bambini e della pubblicità che li lobotomizza, impossessandosi dei loro desideri, automatizzando le loro fantasie. Però che shock vedere quantificato il tempo di esposizione a queste radiazioni di mercato. Il conto lo ha fatto la Società Italiana di Pediatria. Eccolo: se un bambino guardasse per due ore al giorno Italia 1 nella fascia oraria compresa tra le 15 e le 18, durante la quale è trasmessa una programmazione specificatamente destinata all'infanzia, quel bambino rischierebbe di vedere in un anno 31.500 spot pubblicitari.

I risultati dell'indagine svolta dalla Spi saranno presentati al primo "Consensus Nazionale sull'obesità infantile" che inizia oggi a Pisa. L'intento dei pediatri era di verificare per quante ore effettivamente i bambini fossero ostaggio dei messaggi pubblicitari.
Così, nel 2004, hanno iniziato a tenere sotto osservazione tre ore al giorno di trasmissione (15-18), dal lunedì al venerdì per 4 settimane (quelle del 10 maggio, 12 luglio, 1° novembre, 13 dicembre).

"La scelta di Italia 1 - spiega Maurizio Tucci, responsabile della comunicazione per la Spi - è stata fatta perché, tra le grandi reti commerciali nazionali, è quella che prevede programmi pomeridiani espressamente dedicati ai bambini e risulta la più vista da questo target di utenti".

Per il test di confronto (durato 2 settimane) è stata scelta RaiTre che è "tra le reti Rai quella più attenta ai ragazzi". Risultato: nella settimana del 12 luglio, Italia 1 ha trasmesso 647 tra spot e trailer di altri programmi tv contro i 53 di RaiTre, e nella settimana del 13 dicembre, spot e trailer di Italia 1 sono stati 672 contro i 44 di RaiTre. Dalle 12 alle 15 volte di più.


I pediatri tengono a precisare che "seppure lo studio sia stato limitato nel tempo, è verosimile ritenere che l'andamento sia costante nell'anno e che sia quindi questa la "dose" di pubblicità giornaliera che un bambino o un adolescente "assume" se passa quotidianamente un paio di ore davanti ad alcuni canali televisivi". La situazione non migliora se si prendono in considerazione i tempi: su 15 ore di programmazione di Italia1, 4 sono di pubblicità; la durata media del singolo spot è intorno ai 20 secondi e generalmente sono trasmessi in blocchi di almeno 10.

E arriviamo al punto che più sta a cuore ai pediatri: la cattiva alimentazione dei bambini. Nelle 4 settimane in questione, Italia 1 ha trasmesso circa 500 spot di cibo, il che significa, facendo la solita simulazione, che considerate 2 ore al giorno di visione televisiva per un anno, si hanno 5.500 pubblicità di snack dolci e salati, bibite, biscotti e gelati.

Ora: che esistano tetti per le pubblicità è certo. Si tratta di limiti differenti per le emittenti pubbliche e per quelle private nazionali; entrambe danno comunque vita ad un'intricata matassa di conteggi su base oraria, giornaliera, settimanale; nelle ore di punta e in quelle di minor ascolto; possibilità di superare i limiti a patto che si riequilibri il carico pubblicitario subito prima o subito dopo; eccezioni, deroghe, ricalcoli.

L'Associazione "Altroconsumo", ad esempio, nell'ambito dell'iniziativa "Un piatto di salute", ha svolto una propria indagine secondo la quale Italia1 è la rete che come carico pubblicitario "privilegia" maggiormente i minori (segue RaiDue), segue graduatoria delle reti pubbliche e private che maggiormente snobbano la legge. L'unica perfettamente in regola risulterebbe RaiTre.

Tutto questo, però, interessa poco i pediatri, che fanno un ragionamento all'apparenza elementare: delle due l'una - dicono - o qui si violano le norme, e allora si facciano controlli e intervenga chi di dovere; o tutto è in regola così com'è, dunque questo scempio è consentito, e allora le leggi vanno assolutamente cambiate. Entrambe le ipotesi appaiono, allo stato attuale, piuttosto ardue.

(29 aprile 2005) da "La Repubblica"

postato da: carcarazzo | 12:14 | commenti

giovedì, 28 aprile 2005

News

 

ROCCALUMERA - CONVEGNO SULLA CULTURA DELLA LEGALITÀ

ROCCALUMERA. SI È TENUTO IERI SERA PRESSO IL SALONE DELLE SUORE CAPPUCCINE, UN CONVEGNO DAL TITOLO “ LA CULTURA DELLA LEGALITÀ COME VIA PER LO SVILUPPO. NEL CORSO DELL’INCONTRO È STATO PRESENTATO ANCHE IL LIBRO DI ALFONSO SCIANGULA, “FIGLIO DI PARTITO”, DELL’EDITORE ARMANDO SICILIANO.
AL CONGRESSO DOPO I SALUTI DEL PRIMO CITTADINO ROCCALUMERESE GIANNI MIASI, DEL PROFESSOR MARCELLO BARTOLOTTA, PRESIDENTE DELL’UNIONE DEI COMUNI E DEL PROFESSOR MARIO GREGORIO, ASSESSORE ALLA PUBBLICA ISTRUZIONE DEL COMUNE DI ROCCALUMERA, SONO SEGUITE LE RELAZIONI DI ALFONSO SCIANGULA, AUTORE DEL LIBRO, DELL’ONOREVOLE NINO BENINATI, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE AMBIENTE E TERRITORIO ALLA REGIONE SICILIANA E DEL DOTTOR LUIGI CROCE, PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI MESSINA.
SUBITO DOPO SI È PASSATI AGLI INTERVENTI PROGRAMMATI DELL’ONOREVOLE PAOLO PICCIONE, GIÀ PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA, DELL’INGEGNER ARTURO ALONCI, PRESIDENTE DELL’ORDINE DEGLI INGEGNERI DELLA PROVINCIA DI MESSINA, DELL’ARCHITETTO DARIO LA FAUCI, PRESIDENTE DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI DELLA PROVINCIA DI MESSINA, DEL DOTTOR PIPPO PUGLISI, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE DEGLI INDUSTRIALI DELLA PROVINCIA DI MESSINA, IL QUALE HA SOTTOLINEATO QUANTO E A RISCHIO L’ATTIVITÀ IMPRENDITORIALE NEL COMPRENSORIO JONICO, E A CONCLUSIONE È INTERVENUTO L’EDITORE DEL LIBRO DI ALFONSO SCIANGULA, ARMANDO SICILIANO.

05/04/2005 20.10.19
Carmelo Tringali

 
 

postato da: carcarazzo | 13:30 | commenti

martedì, 19 aprile 2005

Figlio di un partito minore che andava per la maggiore


Quel giorno del corteo per Peppino Impastato, ammazzato dalla mafia, Felicia, sua madre, pure soffocata nel nero e nel dolore, aprì la porta della sua casa e si mostrò.

Nelle strade di Palermo ai funerali di Falcone la folla accusava ad alta voce la mafia e il suo terrorismo, a migliaia volendo sfondare cordoni di polizia e portoni di cattedrale.

Nella sacrestia della parrocchia di Capo d’Orlando, una sera, come fossero carbonari, i putìari, lasciati senza alternativa dalla mafia, cominciavano la riscossa contro il racket.

In un’aula di facoltà, nella prestigiosa Università di Messina, un ragazzo faceva lievitare la propria tesi di laurea, costruita contro la mafia e contro il silenzio.

L’omertà – dice Alfonso Sciangula nel suo libro “Figlio di partito. Visti da bambino gli amici di papà” – è un male assoluto che affligge sempre più parti d’Italia, ma scaturisce dall’interno della nostra isola, siano essi i giardini d’agrumi della Conca d’oro, siano le case dei notabili di Porto Empedocle. E Alfonso, figlio di Totò Sciangula, democristiano della corrente andreottiana, prende la penna e parla. Prima piano nel suo diario intimo, poi sussurrato all’orecchio di Armando Siciliano, editore alquanto strano, poi pubblico con le pagine stampate, e poi sempre più pubblico, in aule che ora sono giudiziarie, ora affollate di relatori e commentatori.

Ognuno fa l’antimafia come la sa fare, ognuno con la propria bandiera. Sciangula sembrerebbe voler rialzare quella democristiana, segnalando ogni tanto un po’ di nostalgia per i vecchi tempi. Noi quella nostalgia non la sentiamo, non moriremo democristiani, avanziamo nel XXI secolo con verdi speranze, anche se il periodo adesso è senz’ombra di dubbio più buio ancora dei vecchi tempi. Non possiamo sentire nostalgia per un tempo che ha tiranneggiato la coscienza di donne e uomini col paravento dell’anticomunismo, con il calcolo della religione, con le cicatrici delle ferite dei bisogni soddisfatti solo per favore e mai per diritto. Negli occhi abbiamo gli occhi smarriti dei messinesi, gente comune, gente dei villaggi delle Masse, quando tangentopoli gli faceva perdere i patròn, le ali morbide dell’assistenza clientelare.

Messi a confronto con la sfida globale dell’economia e della cultura quei messinesi si sono rifugiati prima nel sogno del ponte, poi in quello della serie A, prima e poi nell’illusione forzitalista della ricchezza che brilla sotto gli occhi e davanti al naso. Varda, ciaurìa, inchiti l’occhi. Il risveglio è lento a Messina e in Sicilia. Ddà cu c’avemu? Chi abbiamo al governo di Roma e di Palermo, e di Bruxelles?

La mafia siciliana oggi si è ritirata nel cono d’ombra del potere, non fa stragi e fa il deserto, si rifà il silenzio. Cuffàro bacchetta chi ne parla in televisione. Ma c’è sempre chi grida contro questa tirannia crudele e terrorista, che sempre s’è intrecciata con il potere, che altrimenti sarebbe stata criminalità da paese, da strapazzo.

Sciangula, che evidentemente non vuole fare l’antimafia di professione, descrive benissimo questa contiguità, la zona grigia che non può essere oggetto d’indagine solo della magistratura e che tanto ha fatto affaticare studiosi e ricercatori. Umberto Santino l’ha azzeccata quando ha coniato il termine “borghesia mafiosa”; d’altronde persino uno storico inglese come John Dickie ce l’ha cantata con voce limpida: non è vero che “biologicamente” i siciliani sarebbero inclini alla mafiosità. I tempi di cumpari Alfio e cumpari Turiddu sono finiti nel maggio del ’92, su quella collinetta sopra l’autostrada di Capaci da dove un tarchiato barbuto guardava col binocolo le macchine arrivare dall’aeroporto di Punta Raisi e intanto schiacciava un bottone terrorista.


Giuseppe Restifo
 

da www.nuovosoldo.it

 

postato da: carcarazzo | 10:27 | commenti