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domenica, 27 maggio 2007
23 maggio 1992 15 anni dopo Gli studenti antimafia rincuorano, se da tutta Italia arrivano a Palermo nel giorno della commemorazione di Giovanni Falcone, e poi sfilano silenziosi facendo parlare gli striscioni, o al massimo urlano slogan e canzoni. Se prendono la parola per fare domande imbarazzanti, rischiano invece di rovinare il rito; come è successo ieri, nell'aula bunker dell'Ucciardone - quella costruita per il primo, storico, maxiprocesso - dove il tranquillo faccia a faccia tra centinaia di giovani e il ministro dell'Interno Giuliano Amato si è improvvisamente acceso ed ha lasciato uno strascico di polemiche poco consone all'appuntamento che di anno in anno - siamo già al quindicesimo - per ricordare l'orrore della strage di Capaci si è trasformato in una vera e propria kermesse, lunga un'intera giornata. Con moltissimi ospiti illustri - il presidente del Senato Franco Marini - o più ameni (il cantante-rivelazione di Sanremo, Fabrizio Moro, col suo inno «Pensa») e due ministri: oltre ad Amato, anche Fioroni. Ieri mattina non era sembrato vero, al «dottor Sottile», di indossare i panni del professore e chiarire agli studenti, ad esempio, che se la scuola non va «una delle ragioni è che alcuni insegnanti sono usciti da anni in cui discutere del Vietnam prese il posto dell'imparare». Poi la lezioncina su Internet, con l'avvertenza a non credere a tutto perché «alcuni siti elettronici mettono in giro false informazioni». Uno spunto che Francesco Cipriano, 19 anni, presidente della consulta studentesca di Palermo, ha colto al volo per parlare di ben altro: «Se non ci fosse Internet, e il blog di Grillo, forse non sapremmo che in Parlamento siedono 25 condannati in via definitiva. Non possono certo essere un esempio di legalità né dovrebbero fare leggi... I politici che vengono a Palermo devono dire a Roma che qui abbiamo la mafia, la quale per essere combattuta ha bisogno di cuore, stomaco e palle». Parole indigeste al titolare del Viminale, come probabilmente anche lo scrosciante applauso che ne è seguito. «Tu sei già un piccolo capo populista e questo non mi piace - ha detto, perdendo il consueto aplomb -. Dare spazio a sentimenti, pur giusti, senza ragionarci sopra, è un pericoloso esercizio per la democrazia...», ha quindi aggiunto, mentre l'aula raggelava. Una lunga risposta, a cui lo studente ha replicato fuori, chiarendo ai giornalisti di essere solo «un siciliano indignato». «Amato in realtà non mi ha risposto. Si è limitato ad accusarmi di populismo. Io gli ho detto di venire nei quartieri degradati di Palermo senza la scorta a vedere come si vive e lui mi ha dato del giustizialista», ha aggiunto. «I giovani forse hanno ritenuto troppo blande le parole del ministro Amato: volevano qualche cosa di più, volevano risposte più nette», rifletteva Rita Borsellino mentre la kermesse culminava nella messa in onore delle vittime di Capaci. Ha detto la sua anche il presidente della Regione Cuffaro, che però non ha preso parte a nessun appuntamento, forse temendo le contestazioni ricevute alla cerimonia per Borsellino. dal manifesto di Patrizia Abbate postato da: carcarazzo | 10:52
| commenti giovedì, 24 maggio 2007
Il silenzio degli innocenti... Dell'Utri & Virga condannati in Appello ma nessuno dice nulla Due giorni fa la Corte d’appello di Milano ha confermato la condanna di Marcello Dell’Utri e del boss mafioso Vincenzo Virga a 2 anni di reclusione per tentata estorsione aggravata ai danni dell’imprenditore Vincenzo Garraffa. Nessun telegiornale ha dato la notizia. Così come nessun quotidiano, a parte un paio di trafiletti sul Corriere e su l’Unità. Il che è comprensibile: visti i suoi rapporti con la mafia, Dell’Utri fa paura. E i giornalisti italiani, come pure i loro editori, tengono famiglia. Si sarebbero scatenati con fior di articoli, commenti e interviste se fosse stato assolto, come la settimana scorsa quando la stessa Corte ha dichiarato innocente Berlusconi per la tangente che, con i suoi soldi, il suo avvocato pagò a un giudice. Ecco: per sapere che Dell’Utri è sotto processo per estorsione, bisogna sperare che lo assolvano. Se lo condannano, nessuno ne parla e nessuno lo sa. Ma forse è meglio così: stiamo parlando del braccio destro di Berlusconi, ideatore di Forza Italia, senatore della Repubblica, membro del Consiglio d’Europa, già condannato in via definitiva a 2 anni per false fatture e a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Per molto meno si sciolgono i consigli comunali, qui bisognerebbe sciogliere il Parlamento. La tentata estorsione riguarda un fatto del 1992, quando Publitalia intermediò una sponsorizzazione della Heinecken sulle magliette della Pallacanestro Trapani per 1,5 miliardi di lire. Ricevuto il denaro, il presidente del club Vincenzo Garraffa (medico e senatore del Pri) si vide chiedere indietro da Publitalia 750 milioni, cioè metà dell’incasso, ovviamente in nero. Rispose di non avere fondi neri e chiese la fattura. Niet. A quel punto - l’ha denunciato lui stesso ai giudici - Dell’utri lo minacciò: «Le consiglio di ripensarci, abbiamo uomini e mezzi che possono convincerla a cambiare opinione». Di lì a poco, invitato al “Maurizio Costanzo Show” con tutta la squadra, ricevette la disdetta senz’alcuna spiegazione. Poi, un bel mattino, al pronto soccorso dove lavorava, andò a trovarlo Vincenzo Virga, capomafia di Trapani: gli disse di essere lì per quel «debito» con gli «amici» milanesi. Garraffa resistette e denunciò tutto alla Procura di Palermo, che trasmise il fascicolo a Milano. Di lì il processo e la doppia condanna. Che, se confermata in Cassazione, si aggiungerebbe a quella definitiva per false fatture, porterebbe il totale a 4 anni e Dell’Utri in carcere (l’indulto, almeno per i reati con aggravante mafiosa, non dovrebbe scattare). Una notizia gravissima e importantissima. Invece, silenzio. Onde evitare che qualche giornale, magari per sbaglio, ne parlasse, l’Ansa l’ha nascosta sotto un titolo depistante: «Sponsorizzazioni: confermata in appello condanna Dell’Utri». Come se il pover’ uomo fosse stato condannato perché sponsorizzava. Il testo, poi, è ancor meglio del titolo: «Dell’Utri era accusato, insieme a Vincenzo Virga, di tentata estorsione, in relazione alle modalità di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani…». Roba da bocciatura immediata all’asilo del giornalismo: non si dice che Vincenzo Virga è un capomafia arrestato dopo lunga latitanza per vari omicidi; e si fa credere che il processo riguardi «le modalità di sponsorizzazione», mentre si riferisce a un caso di vero e proprio racket mafioso, con un manager che, da Milano, manda il boss di Trapani a riscuotere un credito non dovuto, per giunta in nero, a un imprenditore siciliano. Del resto, se si sapesse in giro che un senatore della Repubblica è condannato per racket, sarebbe più difficile interpellarlo su qualunque cosa accada nella politica, nella cultura, nell’arte e nello spettacolo, come fa il fior fiore della stampa italiota dipingendolo come un vecchio saggio e un sopraffino bibliofilo (infatti ha preso per buona persino la patacca dei diari del Duce). Martedì, giorno dell’ennesima condanna, il Corriere pubblicava un’intervista a Dell’Utri sulla sconfitta di Leoluca Orlando, definito dal senatore pregiudicato «un cadavere che cammina». Lo chiamavano così anche i mafiosi, tra gli anni 80 e i 90, quando lo volevano accoppare per le sue battaglie antimafia. L’ultima volta ci provarono i narcos, tre anni fa, in Sudamerica. Purtroppo fallirono il bersaglio, e il cadavere di Olando ancora cammina. Altri, invece, hanno smesso di camminare nel 1992-’93. Avevano il grave torto di non frequentare Vittorio Mangano, Vincenzo Virga e Marcello Dell’Utri. Gentaglia. da l'Unità di Marco Travaglio postato da: carcarazzo | 23:20
| commenti martedì, 22 maggio 2007 Riaperta indagine su presidente Cuffaro Si tratta di una nuova indagine che prende spunto dall'archiviazione disposta due anni fa dal gip che è stata adesso ripresa dai pm della Direzione distrettuale antimafia. L'inchiesta si basa su un paio di intercettazioni ambientali fra boss in cui si farebbe riferimento a Cuffaro e a dichiarazioni di collaboratori di giustizia, fra cui l'agrigentino Maurizio Di Gati. Il provvedimento del gip Fabio Licata racchiude anche una lunga motivazione che è stata inoltrata alla procura. Dopo il provvedimento di archiviazione emesso due anni fa, il giudice ha adesso autorizzato con decreto motivato la riapertura delle indagini su richiesta del pubblico ministero motivata dall'esigenza di nuove investigazioni. |