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domenica, 17 giugno 2007
C'è PUZZA DI "TAVOLINU" 2 SUI TERMOVALORIZZATORI IN SICILIA "e, intanto il governo di centro-sinistra dà il via a Cuffaro" In nome di quale emergenza, di quale oscura necessità politica il governo Prodi ha regalato a Totò Cuffaro il proprio assenso al più devastante piano di rifiuti mai pensato per la Sicilia? In nome di quale ecumenismo istituzionale i ministri Pecoraro Scanio e Livia Turco hanno apposto la loro firma su un accordo che prevede la costruzione in Sicilia dei quattro più grandi termovalorizzatori d'Europa? Sembra serio aver barattato il nostro consenso per l'impegno verbale del governatore Cuffaro a riportare la Sicilia ai livelli di decenza europea nella raccolta differenziata? Oggi si sfiora a malapena il 5 per cento, nell'Isola. A fronte di norme europee e nazionali che fissano limiti sette volte più alti. E senza una raccolta selettiva a monte, negli inceneritori rischia di arrivare una quantità indifferenziata di rifiuti, dai derivati del cloro ai metalli pesanti. La conseguenza (conseguenza chimica, non politica) è la produzione di diossina in quantità omicide. Buttiamo giù queste poche righe sapendo che per ogni tentativo di impostare un ragionamento sui termovalorizzatori, c'è sempre qualcuno pronto a rispondere che non si può solo dire "no" (no al ponte, non ai bruciatori, non alle trivellazioni nella Val di Noto...), trasformando così ogni legittima preoccupazione in una caricatura. E ci sembra d'un doroteismo imbarazzante la dichiarazione del ministro Pecoraro che prima firma e poi ritira la mano dicendo che il suo dicastero "non condivide affatto il piano rifiuti della Regione Sicilia": ma allora, perchè ha firmato? C'è qualcuno, per quanto distratto, che non sappia che quei megabruciatori sono assolutamente sproporzionati rispetto alla produzione di rifiuti della Sicilia? Che il capitolato d'appalto impone alla Regione una quantità minima di rifiuti da conferire ai termovalorizzatori per non incorrere in disastrose penalità? Che il prezzo pagato per tonnellata di rifiuti bruciata sarà il più alto d'Italia? E ancora: è possibile che presidente del Consiglio e ministri ignorino che a Bruxelles è pendente un procedimento di infrazione contro l'Italia, visto che buona parte di quei bruciatori è stata progettata su aree "SIC", ovvero territori protetti dal vincolo comunitario per ragioni naturalistiche e paesaggistiche? Nessuna preoccupazione sul fatto che l'intera rete dei trasporti siciliana, penalizzata dalla più lenta rete ferroviaria d'Europa, sarà paralizzata dal traffico di mezzi pesanti che dovranno portare ogni giorno migliaia di tonnellate di rifiuti nei quattro angoli dell'isola? Se la mobilitazione contro il piano dei rifiuti di Cuffaro (ripeto: questo piano dei rifiuti, non l'idea in sé di ricorrere alla termovaloirzzazione) ha determinato la costituzione spontanea di decine di comitati (da Palermo ad Augusta, da Paternó a Casteltermini), una ragione ci dovrà pur essere. Non parliamo di ragioni emotive, di pancia, di pelle, di egoismo municipalistico: ci riferiamo al meticoloso lavoro di analisi e di documentazione che i comitati hanno portato avanti, a Bruxelles e in Sicilia, per capire - cifre alla mano - quale danno produrrà alla salute pubblica e all'economia siciliana questo follia dei megainceneritori. Anni di lotte e di studi, di militanza civile e di proposta politica sono stati spazzati via da quella firma romana. E suona come una beffa il compiacimento di Totó Cuffaro che da Palermo incassa il placet del governo di centrosinistra e ci fa sapere che, ad adiuvandum, verrà sottoscritto "un importante protocollo di legalità per evitare le infiltrazioni criminali". Detto da Cuffaro è una garanzia postato da: carcarazzo | 20:50
| commenti (2) mercoledì, 13 giugno 2007
C'è puzza di "Tavolinu" sui Termovalorizzatori
L´istanza del farmacista di Favara Maurizio Incorvaia, quella che il governatore Salvatore Cuffaro avrebbe dovuto «ammuttare», l´hanno trovata lunedì pomeriggio negli uffici dell´assessorato regionale alla Sanità. Giusto in tempo, con almeno un riscontro alla mano, per chiedere in extremis l´audizione in aula dell´ex rappresentante provinciale di Cosa nostra ad Agrigento, oggi pentito, Maurizio Di Gati. È lui l´ultimo accusatore di Cuffaro, l´ultimo collaboratore di giustizia che parla di un presidente della Regione eletto - così sostiene - con i voti di Cosa nostra e che soprattutto conferma la tesi dell´esistenza di un asse diretto tra il governatore e il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Sarà lo stesso Di Gati, interrogato a febbraio e marzo dai pm della Dda, a raccontare in aula martedì prossimo, in videoconferenza da un luogo segreto, quel che sa dei rapporti tra Cuffaro ed esponenti mafiosi agrigentini e palermitani. La richiesta avanzata ieri in aula dai pm Maurizio de Lucia e Michele Prestipino è stata accolta dal Tribunale, presieduto da Vittorio Alcamo. Una "coda" di istruttoria dibattimentale che farà slittare di una o due udienze l´inizio della requisitoria. È il maggio del 2001, vigilia della prima elezione diretta del presidente della Regione, quando Maurizio Di Gati, allora latitante, riceve l´ordine di far votare Cuffaro. «Tramite il dottore Guttadauro, a nome di Provenzano - racconta - arriva l´ordine di votare Cuffaro, un cristianu a diposizione nostra come presidente della Regione». A portare il messaggio a Di Gati sono i boss Domenico Virga e Leo Sutera. Con quest´ultimo, Di Gati avrebbe condiviso una serie di interessi, a cominciare dall´apertura di una filiale della farmacia di Maurizio Incorvaia a Raffadali, nella quale sarebbe diventato socio. Ma quando chiese: «E a noi che ce ne viene?», Sutera avrebbe riportato due promesse di Cuffaro: «Il progetto su una grossa discarica ad Aragona e un termovalorizzatore per i rifiuti nella zona di Casteltermini... ci offriva vari posti di lavoro, sia per realizzarla che per mettere dipendenti dentro queste cose». Se è vago sul sostegno elettorale a Cuffaro, il pentito agrigentino racconta con particolari, invece, le conversazioni tra mafiosi che avrebbero dovuto ottenere l´interessamento del presidente per l´autorizzazione all´apertura di una farmacia che poi non si aprì mai per un blitz antimafia che fermò l´affare. E riferisce di un duplice canale che avrebbe dovuto combinare un incontro con Cuffaro: Giuseppe Guttadauro, boss di Brancaccio, e Mimmo Miceli, che per via dalle sue origini di Sambuca di Sicilia sarebbe stato in contatto con Leo Sutera. Di Gati riferisce anche della presunta risposta di Cuffaro alla richiesta di incontro: «Non venite in ufficio alla presidenza, ci vediamo domenica mattina perché a casa mia ho gli sbirri (la scorta, ndr) appresso e non mi posso muovere». Il presidente della Regione, in attesa dell´interrogatorio pubblico di Di Gati, replica: «Ancora una volta non posso che dire che è triste dovere spiegare fatti che non esistono, raccontati da persone che non conosco. Non conosco alcuno dei personaggi citati dal Di Gati, né tanto meno conosco il Di Gati, né ho mai chiesto a lui o ad altri mafiosi di votarmi». da la Repubblica di Alessandra Ziniti
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