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mercoledì, 31 ottobre 2007
SICULIANA CONNECTION 2
SICULIANA (AGRIGENTO) - Tante stranezze in Sicilia con situazioni al limite del paradosso. Terreni e beni mai confiscati e beni confiscati che restano tali soltanto sulla carta. I beni al boss mafioso Gerlando Caruana li hanno confiscati nel 1993, ma lui li utilizza, anzi, nell'abitazione di Siculiana che da 14 anni è di proprietà dello Stato, ci vive ancora.
Nel paese dell'agrigentino, in cui ieri la polizia ha arrestato undici persone su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ha portato in cella politici, imprenditori ed esattori del pizzo, il bene immobile dello Stato è ancora abitato dal mafioso.
L'inchiesta condotta dalla Squadra mobile di Agrigento ha portato anche a far emergere il coraggio degli imprenditori a denunciare di aver pagare il pizzo alla cosca locale. Ma davanti ad un'azione di coraggio come quella avuta dalle vittime del racket, si passa a vedere in questo piccolo paese simboli dell'illegalità che sono sotto gli occhi della gente.
In via Roma al numero 230, a Siculiana, ci abita Gerlando Caruana, è un immobile confiscato al 50%, perché in comproprietà con la moglie, Maria Silvana Parisi, impiegata all'Ufficio Affari generali del Comune di Siculiana, lo stesso in cui sono indagati il sindaco ed il comandante dei Vigili urbani per concorso esterno in associazione mafiosa. Il bene, che dieci anni fa è stato affidato al Comune, è in comproprietà con la moglie e quindi non può essere venduto dallo Stato nè tantomeno affidato per uso sociale.
Prefettura ed investigatori, che su questa vicenda da alcuni mesi hanno avviato accertamenti, hanno scoperto che a Caruana nessuno ha mai fatto pagare nemmeno l'affitto.
Nel 2001 il caso è stato sollevato dalla Squadra mobile con una informativa inviata alla Procura di Agrigento per evidenziare eventuali omissioni da parte dei responsabili.
30/10/2007 da www.lasicilia.it
postato da: carcarazzo | 09:37
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lunedì, 29 ottobre 2007
SICULIANA CONNECTION 1
Pizzo:qualcosa si muove
AGRIGENTO - Gli imprenditori confermano di pagare il pizzo alla mafia e gli esattori finiscono in carcere. Accade nell'agrigentino dove le cosche mafiose gestivano il racket, che in alcuni casi era favorito anche da politici locali del centrosinistra. A svelare i retroscena delle estorsioni sono stati alcuni collaboratori di giustizia che hanno indicato ai magistrati gli imprenditori che hanno pagato il pizzo e le modalità con le quali i boss si muovevano sul territorio.
L'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha portato ad individuare 11 persone accusate di associazione mafiosa ed estorsione, ed ha fatto emergere che anche il presidente provinciale di Confindustria, Giuseppe Catanzaro, era vittima del pizzo. L'imprenditore, sentito dagli investigatori della Squadra mobile, ha confermato di essersi piegato all'imposizione di Cosa nostra, pagando una tangente di 75 mila euro per la protezione del proprio cantiere.
E come Catanzaro, anche altri quattro imprenditori del settore dei rifiuti e dell'edilizia, hanno confermato di aver pagato. Due di loro, nel 2002, in un'altra inchiesta sempre sul pizzo, erano stato individuati dagli inquirenti come vittime del racket, ma durante gli interrogatori avevano negato ed erano stati così condannati per favoreggiamento alla mafia. Adesso hanno cambiato idea, decidendo di collaborare con la magistratura.
Del pizzo imposto al presidente della Confindustria di Agrigento, Giuseppe Catanzaro, che insieme al fratello Lorenzo, gestiva la discarica di Siculiana, aveva parlato il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati. Secondo il racconto del pentito, confermato dai due imprenditori, i fratelli Catanzaro sarebbero stati costretti a pagare una maxitangente di 75 mila euro, versata in tre rate, a un insospettabile fiancheggiatore della cosca, l'agrigentino Carmelo Infantino, 31 anni, anche lui finito in carcere.
Fra le 11 persone arrestate dagli agenti della Squadra mobile di Agrigento vi sono imprenditori, pregiudicati, ma anche un politico, Francesco Gucciardo, 33 anni, consigliere comunale del centrosinistra a Siculiana. È accusato di avere fatto parte della scorta armata con la quale si muove nel territorio il boss latitante Gerlandino Messina. Nell'inchiesta sono indagati anche il sindaco di Siculiana Giuseppe Sinaguglia, del centrosinistra, e il comandante dei vigili urbani Giuseppe Callea, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. Gli inquirenti, in base agli elementi raccolti, ritengono che alcuni provvedimenti amministrativi siano stati adottati per spingere i fratelli Catanzaro a pagare la tangente agli esponenti mafiosi.
Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo invita gli imprenditori a denunciare. "Fino adesso - dice - abbiamo registrato la mancanza di collaborazione degli imprenditori e commercianti vittime del pizzo. La lotta alle estorsioni la devono fare indubbiamente la magistratura e le forze dell'ordine, ma non la possono vincere da soli. Non possiamo proteggere coloro che non vogliono essere protetti o non chiedono di essere protetti".
29/10/2007 da www.lasicilia.it
postato da: carcarazzo | 18:39
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lunedì, 15 ottobre 2007
CHIESTI 8 ANNI X CUFFARO
PALERMO - Il procuratore aggiunto di Palermo, Giuseppe Pignatone, ha chiesto la condanna ad otto anni di carcere per il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, nell'ambito del processo per le talpe in Procura, che vede imputato il Governatore siciliano per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione del segreto d'ufficio.
Chiesta anche la condanna a 18 anni per il manager della sanità privata Michele Aiello, che deve rispondere di associazione mafiosa; nove anni per il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, accusato di concorso in associazione mafiosa e cinque anni per il radiologo Aldo Carcione, imputato di concorso in rivelazioni di segreto d'ufficio.
Il procuratore aggiunto, Giuseppe Pignatone, ha avanzato le richieste anche nei confronti degli imputati minori del processo: 4 anni per l'ex segretario della Procura Antonella Buttitta; un anno e quattro mesi per Roberto Rotondo; 3 anni e sei mesi per Giacomo Venezia; 5 anni e mille euro di multa per Michele Giambruno; 4 anni e sei mesi per Domenico Oliveri; nove mesi per SalvatorePresitigiacomo; due anni per Adriana La Barbera e Angelo Calaciura; 5 anni e mille auro di multa per Lorenzo Iannì.
Pene pecuniarie sono state invocate per le società Atm (1 milione e 549 mila euro) e per la Diagnostica per immagini (un milione di euro).
"Questa requisitoria è stata basata su rigorose valutazioni delle risultanze processuali". Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo, Giuseppe Pignatone, prima di formulare le richieste di pena nel processo alle cosiddette "talpe" della Dda.
La sua presenza in aula, al fianco dei pm Maurizio De Lucia e Michele Prestipino, è stata letta come la volontà di sostenere le loro valutazioni sui profili della contestazione di reato mossa nel processo al governatore Cuffaro, dopo l'ennesima divergenza sorta in Procura nei giorni scorsi.
Pignatone ha preso la parola alla fine della requisitoria, dicendo di voler pronunciare "poche battute conclusive". "Questo è stato definito il processo alle talpe - ha detto - ma questa definizione è riduttiva. Questo processo ha svelato alcuni aspetti strategici e vitali per Cosa nostra, facendo emergere il coacervo di interessi illeciti che hanno accomunato mafiosi, imprenditori, professionisti ed esponenti delle istituzioni, compresi rappresentanti politici.
Mai, come in questo processo - ha aggiunto - è stato ricostruito in un'aula giudiziaria il fenomeno delle fughe di notizie, rivelando un panorama desolante di sistematico tradimento anche da parte di esponenti degli apparati investigativi". Poi, in riferimento alla fuga di notizie attribuita al Governatore siciliano sull'esistenza di intercettazioni a casa del boss Guttadauro, che nel 2001 portò alla rimozione della microspia e alla neutralizzazone dell'indagine, Pignatone ha sottolineato la "gravità della condotta di Cuffaro, che in quei giorni veniva eletto presidente della Regione siciliana".
L' ultima considerazione, Pignatone l'ha dedicata al comportamento processuale degli imputati perché "non è stato possibile ricostruire l'intera catena delle rivelazioni delle notizie riservate e dunque non è stato possibile accertare se vi era una fonte interna alla Procura, e chi era quella persona in diretto collegamento con Roma con cui Cuffaro commentava l'esito delle indagini".
15/10/2007 da www.lasicilia.it
postato da: carcarazzo | 17:22
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sabato, 13 ottobre 2007
Storace insulta Napolitano
"Non ha titolo per parlare di etica"
ROMA - "Non so se devo temere l'arrivo dei corazzieri a difesa di Villa Arzilla, ma una cosa è certa: Giorgio Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità istituzionale. E' indegno di una carica usurpata a maggioranza". Così Francesco Storace risponde al presidente della Repubblica che aveva difeso Rita Levi Montalcini attaccaqta dal senatore de "La destra".
"Napolitano - continua con gli insulti Storace - la smetta di soccorrere un governo moribondo a difesa di una signora talmente importante che anche quest'anno, come ha ricordato ieri il presidente Calderoli, costerà tre milioni di euro agli italiani. Nobel o no, i ricatti si chiamano ricatti e i voti dei senatori a vita restano politicamente immorali. Come diceva fino a poco tempo fa un signore che la memoria l'ha persa a poco più di 55 anni...".
(13-10-2007) da www.repubblica .it
COMMENTO: non mi piace il tono usato da Storace ma su una cosa, quella evidenziata in rosso, ha ragione a questro proposito vedasi un articolo apparso su repubblica.it qualche giorno fa e da me postato su questo blog (col titolo "Consulentopoli") dove si parla della nipote del presidente della repubblica consulente ministeriale a tot. euro al mese. Sarà competentissima non osiamo metterlo in dubbio ma il quesito sorge spontaneo, avrebbe ottenuto quella consulenza se non fosse la nipote del presidente della repubblica? Ai milioni di disoccupati e inoccupati d'Italia, magari con tanto di laurea, l'ardua sentenza.
postato da: carcarazzo | 12:57
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mercoledì, 10 ottobre 2007
CUFFARO DICA: "COSA NOSTRA FA SCHIFO"
PALERMO - "L'ostilità di Cuffaro alla mafia è stata solo di facciata. A questo sono servite le sue grida sulla 'mafia che fa schifo' e i protocolli sulla legalità con le forze dell'ordine che ci ha rappresentato. Vi sono numerosi indici del grado di consapevolezza che nel tempo Cuffaro ha avuto delle dinamiche dell'organizzazione mafiosa e delle conseguenze che le sue informazioni pervenute a Guttadauro avrebbero provocato".
"La fonte di Cuffaro è il maresciallo Borzacchelli". Riprende così la sua requisitoria il pm Maurizio De Lucia, nel processo alle cosiddette "talpe" nella Dda che si celebra davanti la terza sezione del tribunale di Palermo. Nel processo, tra gli altri, sono imputati l'imprenditore della sanità Michele Aiello, accusato di associazione mafiosa, e il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, che deve rispondere di concorso in associazione mafiosa.
"Da tutto il processo - ha detto il pm De Lucia - emerge che tra Borzacchelli e Cuffaro, vi è un collegamento sistematico e costante. Il rapporto tra i due risale nel tempo. L'elezione di Borzaccheli alle regionali del 2001 era per Cuffaro essenziale". De Lucia ha poi ricordato le affermazioni del pentito Francesco Campanella, il quale ha dichiarato che "Borzacchelli proteggeva Cuffaro dalle indagini". Borzaccheli attualmente è sotto processo a Palermo per concussione.
"L'attività di Cuffaro è stata diretta specificamente all'agevolazione dell'associazione mafiosa". Ha continuato il pm Maurizio De Lucia illustrando i profili giuridici dei reati di concorso in associazione mafiosa e di favoreggiamento aggravato dall'articolo 7, che configura l'aver agito nell'interesse di Cosa nostra.
"Nel caso di questo processo - ha detto il pm - è fuori discussione che attraverso le condotte di Cuffaro sia stato conseguito il risultato dell'agevolazione dell'organizzazione mafiosa. Per questo motivo riteniamo provata la condotta di favoreggiamento e l'aggravante dell'articolo 7 contestato per la vicenda Guttadauro e per questi reati chiederemo che venga sanzionata la responsabilità penale dell'imputato".
De Lucia ha sottolineato che Cuffaro, ponendo in essere le condotte contestate, "ha avuto il fine di salvaguardare l'associazione mafiosa o almeno la sua propagine di Brancaccio dalle indagini".
"Per quanto riguarda Cuffaro, manca il requisito di base del concorso esterno in associazione mafiosa, nel senso di una iniziativa dell'imputato volta a costruire un accordo con l'associazione criminale". Ha detto il pm Maurizio De Lucia analizzando il profilo giuridico del concorso esterno in associazione mafiosa, reato che era stato originariamente contestato al Governatore, nella prima parte dell'indagine.
"Per ipotizzare il concorso esterno - ha detto De Lucia - è necessario che vi sia un rapporto con l'associazione mafiosa e la volontà di interagire con le condotte altrui. Ovvero la ritenuta sussistenza di un preciso patto criminoso". Il pm ha quindi rilevato che "il punto cruciale è la candidatura di Mimmo Miceli alle regionali del 2001".
"Se vi fosse la prova - ha detto De Lucia - che tale candidatura è stata concordata con Guttadauro, saremmo in presenza di una responsabilità di concorso esterno in associazione mafiosa per Cuffaro. Dagli atti, però, non emerge la prova di questa condotta. Non sono ritenute, infatti, prove sufficienti le dichiarazioni di Aragona le le conversazioni intercettate a casa Guttadauro sulle manovre pre-elettorali".
"Antimafia di facciata di Cuffaro? È solo un modo di vedere le cose". Dice l'avvocato Nino Mormino, difensore del presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro. "Abbiamo portato in aula - ha detto - una serie di iniziative politiche di Cuffaro, tutte volte in direzione del contrasto alla mafia. Abbiamo preso atto dell'impostazione del pm che ovviamente non condividiamo - ha osservato Mormino - l'aspetto dell'intenzione di favorire la mafia attribuita a Cuffaro a noi sembra non provato, anzi provato al contrario".
"Il presidente Cuffaro - sostiene l'avvocato Nino Caleca del collegio di difesa - non si è limitato alle grida contro la mafia, come hanno testimoniato sia l'ex presidente dell'Antimafia, Roberto Centaro, che il capo della polizia Antonio Manganelli, i quali in aula hanno riferito come anche nei colloqui riservati Cuffaro si sia sempre espresso chiedendo l'adozione di provvedimenti contro la mafia".
Cuffaro è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa in un procedimento parallelo che è stato aperto nei mesi scorsi e di cui sono titolari il procuratore Francesco Messineo e gli aggiunto Giuseppe Pignatone e Alfredo Morvillo. La decisione di riaprire l'inchiesta è stata adottata al termine di un dibattito interno alla Dda di Palermo, dopo che uno dei pm del processo alle cosiddette "talpe", Nino Di Matteo, aveva chiesto di contestare già nel dibattimento in corso l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa al Presidente della Regione siciliana.
"Quelle espresse in aula su Cuffaro sono valutazioni individuali dei due sostituti titolari del processo" Sulla linea della procura di Palermo relativa alla posizione di Cuffaro, Morvillo ha spiegato: "La linea dell'ufficio è quella nota a tutti, ovvero quella consacrata nella richiesta di riapertura dell'indagine del procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa, richiesta pienamente accolta dal giudice per le indagini preliminari".
10/10/2007 da www.lasicilia.it
postato da: carcarazzo | 20:57
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martedì, 09 ottobre 2007
CONSULENTOPOLI
C'E' DAVVERO un po' di tutto nell'elenco dei 1253 esperti e consulenti a libro paga del governo Prodi. Giuristi e ginnasti, generali e creativi, cinefili e professoresse, ambasciatori e webmaster, giornalisti e rettori, figli della Patria e figli di papà. Sono 1253: una media di 48 esperti a dicastero, anche se questa - come tutte le statistiche - appiattisce una realtà dove ci sono ministri come Di Pietro e Mastella che dichiarano zero consulenti, e altri, come Rutelli, che con il loro elenco superano - da soli - un terzo del totale: 436.
Una Napolitano, Simona, nipote del presidente della Repubblica, è consulente del ministero dell'Ambiente (per 2800 euro al mese), incaricata di fornire "assistenza e consulenza riguardo le problematiche del settore giuridico e nel settore del diritto informatico, amministrativo e degli appalti pubblici". Un Mastella, Pellegrino, figlio del Guardasigilli, è consulente del ministero per le Attività produttive con l'incarico di assicurare (per 2700 euro al mese) "attività di collaborazione finalizzata all'approfondimento delle specificità dei modelli anglosassoni".
E un Gambescia, figlio del deputato diessino Paolo, è consulente del ministro per l'Innovazione (1500 euro mensili) "per l'elaborazione e la verifica delle linee programmatiche relative al rapporto tra la pubblica amministrazione e il sistema delle imprese". Non c'è invece - non ancora, perché il decreto non è stato ancora registrato dalla Corte dei conti - il nome di Angelo Rovati, che dopo essersi dimesso da consigliere di Prodi è stato riassunto una settimana fa come "esperto per il Kazakistan" (specializzazione tanto circoscritta quanto sorprendente).
Nessuno di questi 1253 consulenti diventerà ricco, con gli assegni staccati dal governo. Ma il primo a essere convinto che queste spese siano eccessive è proprio il presidente del Consiglio, che ha appena firmato un decreto con il quale taglia di un terzo - a partire dal 2008 - la cifra destinata ai consulenti dell'esecutivo. Certo, anche lui dovrà usare le forbici, visto che al momento la Presidenza del Consiglio conta 120 contratti di consulenza.
E di questi, solo sette - oltre a Renato Ruggiero - hanno accettato di collaborare in cambio di uno spartano rimborso spese. Tutti gli altri vanno pagati, dai 6000 euro dei componenti del Comitato per la Biosicurezza ai 40 mila di Massimo La Salvia, inquadrato nel Dipartimento Risorse Umane.
I ministri Mastella e Di Pietro, che dichiarano di non avere consulenti al loro servizio, non dovranno tagliare nulla. Né si potrà chiedere un sacrificio al Viminale, dove Giuliano Amato ha firmato un unico contratto di consulenza (con il professor Francesco Raiano: 30 mila euro annui), e tantomeno alla Difesa, dove Arturo Parisi ha ingaggiato un solo esperto (il dottor Andrea Grazioso, esperto di problematiche strategiche internazionali: 36 mila euro) più due per i suoi sottosegretari. Avranno poco da risparmiare anche il ministro del Lavoro, Damiano, e quello della Pubblica Istruzione, Fioroni, che hanno due consulenti a testa.
Ma agli altri, qualche rinuncia potrà essere chiesta. Prendiamo il ministero dell'Ambiente, che nel bilancio dello Stato pesa per la metà di quello delle Politiche agricole. Eppure, mentre Paolo De Castro s'è accontentato di otto consulenti, Alfonso Pecoraro Scanio ne ha 344. Invece di averne la metà, ne ha quarantatré volte di più.
C'è un motivo, anzi ce ne sono tre. Il primo è, diciamo così, storico: quando nacque, il ministero (che allora si chiamava "dell'Ecologia") non poté fare nuove assunzioni, così fece un massiccio ricorso ai contratti a termine, cioè alle consulenze: è andata avanti così, dal 1987 a oggi, con il risultato che al ministero oggi il numero dei precari (1319) supera quello degli assunti (1255).
Poi c'è una ragione politica. I ministri dell'Ambiente hanno preso l'abitudine, prima di lasciare la poltrona, di rinnovare i contratti ai loro consulenti per altri quattro o cinque anni, così ogni ministro si ritrova in eredità i consulenti del suo precedessore: come quel Paolo Pontoni a cui il ministro Altero Matteoli, la vigilia di Natale del 2005 ha rinnovato un contratto di consulenza per cinque anni. Non si sa se Pecoraro sarà ancora ministro, nel 2010, ma di sicuro Pontoni sarà ancora consulente: a 78 mila euro l'anno.
Poi, certo, Pecoraro ci ha messo del suo. Ingaggiando a 100 mila euro l'anno cinque consulenti per il suo gabinetto (tra cui il verde Sauro Turroni, trombato nel 2006). Più otto per i suoi sottosegretari. Più sette per la Direzione Generale "Qualità della vita". Più 54 per il servizio "Protezione della natura". Più 107 per la "Ricerca ambientale". Più 138 per la "Difesa del suolo". Più 14 per la "Salvaguardia ambientale". Più cinque dirigenti di fascia alta (in media 95 mila euro a testa). Più sei consulenti - tra cui Rubbia - che, bontà loro, non vogliono un centesimo. Totale, 344. Ai quali bisogna aggiungere un'altra infornata di consulenti i cui decreti, firmati ad agosto, non sono ancora stati registrati.
Chi sono, i consulenti del ministro dell'Ambiente? Gli ecologisti, ovviamente. E dove si trovano la maggior parte degli ecologisti? Nei Verdi, partito che Pecoraro Scanio conosce benissimo, essendone il leader. Ecco perché sono proprio dei Verdi, giusto per fare un esempio, 14 dei 20 componenti della segreteria tecnica per la Protezione della natura. Due su tre. Una scelta, come dire?, naturale.
Dovrà sicuramente tagliare nomi e compensi il ministero dei Beni Culturali, che oggi con i suoi 436 incarichi guida la classifica delle consulenze (però bisogna tener conto che vengono messi a carico di Rutelli i contratti stipulati dalle Sovrintendenze di tutta Italia per mostre, convegni ed esposizioni varie). La cifra più alta, 133.250 euro, è andata l'anno scorso alla società Arché, per la "catalogazione dei manoscritti della biblioteca nazionale universitaria di Torino danneggiati dall'incendio del 1904". Ovvero 103 anni fa: non è mai troppo tardi.
Giusto per dare il buon esempio, un po' di economia potrebbe farla anche il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. Che oggi spende un milione 719 mila euro per i suoi 85 consulenti, una media di 20 mila euro a testa. E allo Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani forse dovrà dare un'accorciatina alla sua lenzuolata di 69 consulenti (cominciando, magari, dal figlio di Mastella).
Poi, certo, anche i ministri "senza portafoglio" (cioè senza fondi propri nel bilancio dello Stato) potrebbero rinunciare a qualche esperto. Emma Bonino, per dire, alle Politiche comunitarie ne ha per nove volte e mezza di quelli su cui può contare Massimo D'Alema. E se il ministro degli Esteri ha scelto come uno dei suoi quattro consulenti giusto il responsabile nazionale diessino degli Italiani all'estero, Norberto Lombardi (25 mila euro annui), la Bonino ha inserito un buon numero di radicali tra i suoi 38 esperti, a cominciare dall'avvocato del partito, Giuseppe Rossodivita, incaricato di studiare "problemi e prospettive intorno all'ipotesi di costituzione di una Procura europea". Problemi, prospettive, ipotesi: per 4000 euro al mese, si può fare.
Del resto, così fan tutti. Neanche l'unico ministro di Rifondazione, Paolo Ferrero, ha saputo resistere alla tentazione di nominare due dei suoi tre esperti (Maria Teresa Rosito e Andrea Del Monaco, 45 mila euro l'anno) tra i compagni di partito. Il suo collega dei Trasporti, Alessandro Bianchi (Pdci), ha invece pescato tra i colleghi dell'università: tra i suoi 18 consulenti, ci sono sei professori e un rettore (ma il primo della lista è il responsabile nazionale Trasporti del Pdci, Eduardo Bruno).
Forse, con un po' di buona volontà, si potrebbe eliminare qualche incarico dall'oggetto nebuloso. Il ministero per l'Attuazione del programma, per esempio, paga 2000 euro al mese a Sortito Casali per "l'analisi degli obiettivi del programma di governo, in relazione alla possibilità di una loro misurazione tramite indicatori di carattere quantitativo", e altri 1100 euro mensili a Simona Genovese, affinché fornisca una "analisi del programma di governo sia nei suoi aspetti giuridici sia in quelli di carattere operativo". Non si era mai visto, un governo che paga degli esperti per analizzare il suo stesso programma. Ma, come si dice, c'è sempre una prima volta.
(9 ottobre 2007) da www.repubblica.it
postato da: carcarazzo | 10:06
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venerdì, 05 ottobre 2007
NOI STIAMO CON
DE MAGISTRIS !
mastella go home
firma anche tu l'appello per la Giustizia e la Legalità in Calabria a sostegno del magistrato De Magistris che rischia di essere trasferito perché stava indagando su politici di destra e di sinistra

<a href="http://www.beppegrillo.it/perdemagistris.php?referrer=grillo" target="_blank"><img src="http://www.beppegrillo.it/immagini/banner_demagistris.jpg" alt="Appello per la Giustizia - Per De Magistris" border="0" /></a>
postato da: carcarazzo | 09:33
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Gli associati
PALERMO- Il gup Mario Conte ha condannato a 18 anni di reclusione Filippo Guttadauro, accusato di associazione mafiosa. Per lui, i pm Roberto Piscitello e Michele Prestipino avevano chiesto la condanna a 20 anni di reclusione. Il Gup ha poi condannato a 8 mesi di reclusione i commercianti Fabio e Marco Li Vorsi, titolari a Palermo dell'omonima ditta ed i loro soci Onofrio e Giuseppe Mascolino con l'accusa di favoreggiamento personale. Si tratta degli imprenditori palermitani che pur avendo pagato il "pizzo" si sono rifiutati di ammetterlo e di collaborare con gli inquirenti. Per loro i pm avevano chiesto la condanna a un anno di reclusione. Filippo Guttadauro, arrestato nell'estate del 2006, è fratello di Giuseppe, capomafia di Brancaccio e di Carlo, recentemente assolto in Appello dall'accusa di mafia. Guttadauro è anche cognato di Matteo Messina Denaro, in passato è stato considerato dagli inquirenti uno dei suoi "portavoce", ed è indicato nei "pizzini" del boss Bernardo Provenzano con il numero 121.
04/10/2007
postato da: carcarazzo | 09:17
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martedì, 02 ottobre 2007
IL RE DEL PIZZO
PALERMO - I carabinieri del Comando provinciale hanno arrestato il ricercato Enrico Scalavino, 36 anni, ritenuto esponente di spicco della famiglia mafiosa di "Corso Calatafimi", inserito nell'elenco dei 100 latitanti più pericolosi. Scalavino è stato bloccato nella notte dopo un inseguimento.
Era ricercato dal maggio 2007, dopo che era riuscito a sfuggire all'operazione "Antartide" ed è accusato di associazione mafiosa, narcotraffico e di avere imposto il pagamento del pizzo a commercianti e imprenditori in una vasta zona della città. I carabinieri lo indicano come il "re del pizzo" a Palermo.
Enrico Scalavino, 36 anni, conosciuto con il nomignolo di "Muschidda", è ritenuto dagli investigatori, un vero e proprio "re del pizzo". Organico alla cosca mafiosa di corso Calatafimi, il presunto estortore, spiegano i carabinieri, anche nel corso della latitanza, avrebbe avuto il compito di "gestire le estorsioni per le famiglie mafiose del centro cittadino".
I carabinieri hanno arrestato Enrico Scalavino, sfuggito nel maggio scorso ad un'operazione antimafia, nella notte, nei pressi dell'ospedale Cervello, a Palermo. L'auto del latitante, una Renault Clio, è stata bloccata da diverse pattuglie dei militari.
Il presunto estortore aveva con sé un documento d'identità falso. Gli investigatori hanno individuato il covo, dove avrebbe trascorso la latitanza, in un appartamento di via Leonardo Da Vinci. L'abitazione è stata perquisita.
Il ministro dell'Interno Giuliano Amato e il suo vice Marco Minniti si sono congratulati con il comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Gianfrancesco Siazzu, per la "brillante operazione" che ha portato all'arresto di Enrico Scalavino, considerato il "re del pizzo" nel capoluogo siciliano. "L'arresto di Scalavino - affermano Amato e Minniti in una nota – dimostra la determinazione delle Forze dell'Ordine contro i reati di estorsione e racket.
Le forze imprenditoriali di tutta la Sicilia possono essere certe che lo Stato non darà tregua alle organizzazioni dedite al racket e che sarà al fianco, anche attraverso lo sviluppo del progetto per il 'garantè d'impresa, di tutti coloro che in questi mesi si stanno ribellando al pizzo".
02/10/2007
postato da: carcarazzo | 19:07
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