[contromafia]
 

domenica, 25 novembre 2007

NO AGLI INCENERITORI

Duecentocinquanta milioni di euro per gli inceneritori della discordia. Li ha stanziati il governo Cuffaro, con una norma inserita nella Finanziaria presentata all´Ars. Questa somma costituisce una delle voci in uscita più rilevanti di una manovra che parte con un deficit di due miliardi di euro: è destinata direttamente alle imprese appaltatrici dei quattro termovalorizzatori da realizzare in Sicilia. Nel disegno di legge si parla di una "anticipazione" di somme dello Stato, ma è già giallo. Perché non c´è alcuna certezza che alla Regione verranno restituite queste risorse. A far scoppiare il caso è Santo Liotta, senatore di Rifondazione comunista: «I termovalorizzatori siciliani non rientrano più fra gli impianti che, secondo l´Ue, possono essere finanziati. È vero che la Finanziaria nazionale del 2007 prevedeva una deroga per le strutture già in fase di realizzazione - afferma Liotta - ma è vero pure che la nuova Finanziaria, già varata al Senato, assegna al ministero per lo Sviluppo economico la facoltà di indicare esplicitamente gli impianti che potranno avere i fondi. Insomma, non c´è alcuno stanziamento statale a favore dei 4 termovalorizzatori progettati in Sicilia. Quali soldi sta anticipando Cuffaro?»

Il presidente della Regione, in una nota corregge il tiro ma sferza Liotta: «Se lo Stato non ci assicura la copertura finanziaria - afferma Cuffaro - non anticiperemo neanche un euro. Liotta operi, dunque, nell´interesse della Sicilia e si accerti che le procedure vengano espletate e i fondi arrivino anche in Sicilia». Fra le ipotesi, anche quella di un nuovo contenzioso fra Stato e Regione. Il viceministro dello sviluppo economico, Sergio D´Antoni, annuncia di voler approfondire il caso. Intanto, Liotta si interroga sull´opportunità di uno stanziamento di 250 milioni di euro: «Non dimentichiamo che la Corte di giustizia europea ha già condannato la Sicilia per le procedure con cui si è arrivati all´affidamento dei lavori, che Bertolaso ha espresso l´esigenza di rifare i contratti e che il cantiere di Bellolampo è sotto sequestro».

La manovra regionale non ha neppure cominciato il suo viaggio all´Ars che già divampano le polemiche. Prima la relazione dei tecnici dell´Assemblea che ha denunciato un "buco" da 1,8 milioni di euro, fra entrate e minori spese. Ora la bocciatura di Confindustria Sicilia, che ieri, al termine della riunione del comitato di presidenza, ha espresso «grande preoccupazione sulla tenuta della finanza pubblica regionale, sull´efficacia delle azioni di risanamento e le conseguenti ricadute sul sistema delle imprese». Il deficit tendenziale per il 2008, secondo il presidente Ivan Lo Bello, «viene affrontato con coperture deboli. L´ulteriore ricorso al mercato con la richiesta di un mutuo di 774 milioni di euro è presentato come fabbisogno per cofinanziare il POR 2007-2013. La legge per lo sviluppo - sottolinea Lo Bello - contiene interventi irrilevanti per un vero rilancio dell´economia siciliana». Cuffaro definisce «ingenerose» le cririche di Confindustria Sicilia: «La legge sullo sviluppo? Forse il testo valutato dagli industriali è diverso da quello elaborato da alcuni dipartimenti regionali. Desidero tranquillizzare Confindustria - afferma il governatore - sullo stato dei conti e sulla reale intenzione del governo di procedere alla sottoscrizione di un mutuo che ha il solo scopo di finanziare gli investimenti». Il segretario regionale del Prc, Rosario Rappa, chiede «un vertice dei partiti dell´Unione per concordare una posizione unitaria di contrasto alla manovra in Parlamento».

da la Repubblica DI emanuele lauria

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sabato, 10 novembre 2007

ANTIRACKET A PALERMO

PALERMO - Un teatro Biondo gremito di gente ha accolto a Palermo la nascita di "Libero futuro - associazione antiracket Libero Grassi", la prima associazione antiracket del capoluogo siciliano composta da commercianti e imprenditori impegnati nella lotta contro le estorsioni.

Il 21 gennaio 2005 Confindustria e Associazione nazionale magistrati organizzarono un convegno per parlare del fenomeno del racket, ma nessun commerciante di Palermo partecipò e la sala rimase vuota. Dopo quasi tre anni il comitato Addiopizzo è riuscito nell'intento di riempire il teatro con esponenti delle istituzioni, dell'imprenditoria della società civile.


A sedici anni dall'omicidio di Libero Grassi, l'imprenditore che si ribellò al pizzo imposto dai boss mafiosi e per questo suo atto non venne sostenuto da nessuno dei suoi colleghi che lo lasciarono da solo. Adesso Palermo cerca di cambiare in meglio.

"Dobbiamo continuare su questa strada - ha detto Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia -, la presenza di tutta questa gente dimostra che c'è una nuova consapevolezza del fenomeno mafioso e di come combatterlo. Oltre alla creazione di associazioni, occorre che lo Stato continui a essere presente e sia vicino alle aziende".

"Ho sempre detto che il fenomeno mafioso non si combatte di certo con la presenza dell'esercito - ha aggiunto Grasso -, è inutile continuare a chiedere interventi di questo tipo allo Stato. C'è bisogno invece di arginare gli introiti economici che derivano dal pizzo. Il lavoro della Procura antimafia ne è la migliore testimonianza. Quando Bernardo Provenzano è stato arrestato disse: 'Non sapete cosa state facendo'. Abbiamo dimostrato il contrario. Per i mafiosi è sempre più difficile avere un consenso condiviso e questo facilita la cattura dei boss. Dico anche grazie ai magistrati di Palermo. Pure io nel mio passato recente sono stato in trincea, ho visto il nemico negli occhi, ne ho sentito le voci e le intercettazioni e so cosa significa operare in questo contesto".


A "Libero Futuro" hanno già aderito 40 imprenditori. Presidente è Enrico Colajanni. Ma il riferimento forte resta proprio Libero Grassi; il presidente onorario, infatti, è la vedova, Pina Maisano Grassi. L'annuncio è stato fatto dal presidente onorario della Fai, Tano Grasso, suscitando l'applauso della vastissima platea. Colajanni ha annunciato che l'associazione prenderà presto possesso di un appartamento confiscato a un prestanome di Bernardo Provenzano.

"Provavo a fare nascere un'associazione del genere da 16 anni, finalmente ci sono riuscito. Per la prima volta abbiamo creato un'associazione fatta da operatori economici che si ribellano al pizzo", ha detto Tano Grasso, presidente onorario del Fai.

Al teatro Biondo si sono presentati anche i sottosegretari agli Interni Alessandro Pajno ed Ettore Rosato, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, il questore di Palermo, Giuseppe Caruso, e il prefetto Giosuè Marino.

La gente ha applaudito Damiano Greco, il commerciante del Borgo Vecchio, un quartiere di Palermo, che ha denunciato i suoi estortori; ma anche Vincenzo e Fabio Conticello. Tra i tanti, pure l'appello lanciato agli imprenditori palermitani da Rodolfo Guajana, a cui fu incendiata l'azienda il 31 luglio scorso, dopo che si era rifiutato di pagare il pizzo: "Lo Stato è forte, lo Stato è vicino agli imprenditori. Dovete avere fiducia nelle istituzioni: è l'unico modo per combattere la mafia".

"Quando la mia azienda ancora bruciava - ha continuato - molti imprenditori mi guardavano come se a loro non potesse succedere, perchè probabilmente pagavano il pizzo. Adesso io mi sento più forte di loro". L'impresa di Guajana dovrebbe riaprire l'1 gennaio prossimo. "Sulla data ancora sono incerto, perché mancano dei permessi delle amministrazioni locali. Inoltre, il Comune mi ha mandato una lettera dicendo che la ristrutturazione dei locali è interamente a carico mio. Tutto questo però non mi scoraggia, continuerò nella mia attività".


L'iniziativa, che ha avuto la sua sigla finale con la canzone di Eduardo Bennato "L'isola che non c'è", è stata chiusa da Tano Grasso che ha invitato tutti a fare il gesto di vittoria con le dita della mano, "lo stesso segno - ha ricordato - che Davide Grassi, figlio di Libero, fece nel giorno dei funerali del padre mentre portava in spalla la sua bara".


10/11/2007 da www.lasicilia.it

postato da: carcarazzo | 19:16 | commenti

martedì, 06 novembre 2007

CONDANNE A VILLABATE 

 

PALERMO - Condanne per oltre 50 anni sono state inflitte dal Gup Marco Mazzeo nel processo che si celebra con il rito abbreviato e che ruota attorno alle presunte tangenti per la realizzazione di un ipermercato a Villabate.

Il Gup ha stabilito una sola assoluzione: quella per l'arch. Oscar Amato, accusato di favoreggiamento ed assolto "perché il fatto non sussiste". Per lui il Pm Nino Di Matteo aveva chiesto la condanna ad un anno e quattro mesi. La pena più pesante è stata inflitta a Francesco Caponnetto, condannato a nove anni per associazione mafiosa ed estorsione. La condanna a sette anni e sei mesi è stata inflitta a Gioacchino Badagliacca, Ginapiero Pitarresi (accusati di associazione mafiosa) ed a Francesco Terranova (tentata estorsione aggravata).

Sei anni ed otto mesi sono stati inflitti a Vincenzo Paparopoli (accusato di associazione mafiosa e corruzione); a Vincenzo Alfano (accusato di associazione mafiosa) ed a Giuseppe Costa (tentata estorsione aggravata). Antonino Mandalà, accusato di intestazione fittizia di beni, è stato condannato a quattro anni di reclusione.

Mandalà, indicato come un esponente di spicco della mafia di Villabate, è stato già condannato per associazione mafiosa ad otto anni nel processo a Gaspare Giudice. La condanna a tre anni e tre mesi è andata a Giuseppe Di Noto accusato di corruzione aggravata. La pena più lieve, due anni e due mesi, è spettata a Matteo D'Assaro (corruzione. Il Gup, accogliendo la richiesta di patteggiamento, condivisa anche dal pm, ha condannato ad un anno e sei mesi il pentito Francesco Campanella per associazione mafiosa. Nei confronti del collaboratore è stata riconosciuta l'attenuante dell'art. 8 per l'importanza e l'attendibiltà delle sue dichiarazioni.


06/11/2007 da www.lasicilia.it



postato da: carcarazzo | 20:10 | commenti

lunedì, 05 novembre 2007

CATTURATI I BOSS LO PICCOLO

PALERMO - Arrestati i boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Padre e figlio sono finiti in manette in una villetta a Giardinello, tra Cinisi e Terrasini, nel palermitano. Salvatore Lo Piccolo, latitante dal 1983, era ritenuto al vertice di Cosa Nostra palermitana. Dopo l'arresto di Bernardo Provenzano, infatti, avrebbe assunto il controllo dell'organizzazione criminale contendendo la leadership a Matteo Messina Denaro, boss latitante del trapanese.

Con loro sono stati arrestati anche i latitanti Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo. Il primo è reggente di Brancaccio il secondo di Carini. Tutti inseriti fra i 30 maggiori ricercati d'Italia. I quattro erano impegnati in una riunione fra boss. Le manette sono scattate anche per altri due favoreggiatori. La notizia è arrivata mentre a Palermo si celebra la 'Giornata della memoria' in ricordo di tutte le vittime della mafia.

I Lo Piccolo sono stati arrestati in due villette, due abitazioni in cemento totalmente ammobiliate. Al contrario di Bernardo Provenzano, che viveva in un casolare immerso nelle campagne, i due boss erano in appartamenti veri e propri, anche se periferici, vicino al mare.

Il blitz ha impegnato circa quaranta agenti della sezione Catturandi della squadra mobile, la stessa che ha messo le manette a Bernardo Provenzano. I poliziotti hanno fatto irruzione nella villetta dopo aver circondato la casa in cui si trovavano i quattro latitanti, che erano riuniti nel garage. Erano tutti armati. Gli agenti hanno pure sparato alcuni colpi di arma da fuoco. Durante le fasi concitate della cattura Sandro è uscito dalla casa in lacrime urlando più volte "ti amo papà". I due sono rimasti barricati per qualche minuto nella villetta. Nel covo sono stati trovati documenti, denaro e armi.

In particolare in un borsone i poliziotti hanno trovato otto pistole. Tra queste: una è in dotazione alle forze di polizia, l'altra ha la matricola abrasa e una terza ha il silenziatore. Rinvenute anche numerose agende zeppe di appunti, soldi, e alcuni "pizzini" recuperati in bagno. Nella villetta c'è un cane meticcio di colore bianco di grossa taglia molto tranquillo. E' accucciato e guarda i poliziotti svolgere il loro lavoro.

Il volto di Salvatore Lo Piccolo è differente da quello ricostruito dall'identikit che era stato effettuato durante le indagini su indicazione di alcuni collaboratori di giustizia. Il capomafia ha la barba incolta, veste casual, e indossa un giubbotto di pelle. Il figlio del boss, Sandro Lo Piccolo, ricercato da dieci anni, somiglia molto all'ultima foto di cui erano in possesso gli investigatori. Ha i capelli corti e il volto rasato.

Lo Piccolo, 65 anni, detto "il Barone", era ricercato dal 1983. A catturarlo è stata la polizia, che lo ha individuato nella villa assieme al figlio Sandro, 32 anni, latitante da 9. A carico di Salvatore Lo Piccolo pendevano 8 ordinanze di custodia cautelare. Imprenditore edile, aveva cominciato la sua carriera di mafioso come guardaspalle e autista del 'padrino' di San Lorenzo, Rosario Riccobono, poi soppresso con il metodo della 'lupara bianca' durante la guerra di mafia degli anni '80.

Lo Piccolo aveva fiutato l'aria e aveva cambiato schieramento, accreditandosi come fiduciario dei nuovi capi corleonesi di Cosa Nostra, Riina prima e Provenzano poi. Il suo potere si era via via esteso, fino ad abbracciare una vasta parte della provincia occidentale di Palermo. Dopo l'arresto di Provenzano, la figura di Lo Piccolo era ulteriormente emersa come il nuovo riferimento dei clan palermitani, anche in virtù delle alleanze negli Usa che il boss latitante aveva coltivato e rilanciato.

Sandro Lo Piccolo, braccio destro del padre, era sfuggito alla cattura nel 1998 durante un blitz della polizia, che lo aveva intercettato nella borgata marinara di Mondello, nel cuore del suo 'regno', e da allora era ricercato. Anche gli altri due capimafia catturati nell'operazione, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi, vengono indicati dagli investigatori come boss di prima grandezza. Adamo sarebbe il nuovo reggente del rione Brancaccio, tradizionale feudo di Cosa Nostra, mentre Pulizzi controllerebbe il paese di Carini. Il primo è un commerciante, Pulizzi è invece indicato come vivandiere e portaordini dei Lo Piccolo.

Le indagini che hanno portato all'operazione che ha consentito l'arresto dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, di Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi, è stata condotta dai pm Nico Gozzo, Gaetano Paci e Francesco Del Bene. L'inchiesta è stata coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo.

"Siamo tutti soddisfatti per l'arresto di Salvatore e Sandro Lo Piccolo", ha detto il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo. "Dall'arresto dei due - ha detto il capo del pool antimafia - ci attendiamo la disarticolazione dell'apparato criminale sul territorio. I due grandi latitanti erano punto di riferimento dei capimafia che esercitavano il controllo sull'apparato economico. Adesso ci attendiamo una conseguenza positiva anche sul piano della possibilità della collaborazione dei cittadini".

"E' un risultato straordinario che dimostra che questo non è un ufficio allo sbando e che il pool antimafia è pienamente operante - ha detto il pm palermitano Gaetano Paci -. Ovviamente - ha aggiunto - alla polizia di Stato va il merito di avere portato a compimento una brillante operazione".

(5 novembre 2007) da www.repubblica .it

postato da: carcarazzo | 13:59 | commenti

domenica, 04 novembre 2007

http://www.justbookreviews.net/ leggi l'articolo su questo sito americano, in fondo a sinistra accanto al faccione di Umberto Eco!

FIGLIO DI PARTITO
Il diario segreto della DC siciliana

di Marzio Tristano

C'era una volta (e forse c'è ancora) in Sicilia un allevamento di "talpe istituzionali", carabinieri e poliziotti pronti a tradire la divisa per fornire notizie top secret ai politici inquisiti. E una stanza in una anonima palazzina dell'agrigentino con centinaia di miliardi in contanti, la "cassa continua" di una corrente Dc a disposizione "per tutte le esigenze". C'era una volta anche un "tesoro" personale, supermercati, alberghi, ville, terreni, yacht e imprese, di un deputato ufficialmente morto povero, affidati a prestanome che invece di consegnarlo alla famiglia hanno pensato bene di tenerlo. E quando il figlio ne ha chiesto la restituzione si è sentito rispondere da uno dei migliori amici di papà che il problema poteva essere risolto da un latitante mafioso. Per questo Alfonso Sciangula, 33 anni, figlio di Totò, potente deputato Dc morto per un infarto a Palermo nell'aula dell'assemblea regionale il primo giugno del 1995, un giorno è entrato in procura, a Palermo, a raccontare tutti i segreti di quella lobby politico-affaristica, con convinte simpatie mafiose. Tutto, o quasi. Il resto lo ha descritto in un libro non ancora uscito, improvvisamente conteso dalla Sicilia che conta.
Perché dentro ci sono, condite da soprannomi di personaggi riconoscibilissimi, le storie sommerse e illegali di un sistema di potere governato dal padre e raccontato dall'interno dagli occhi di un ragazzino che fin da piccolo si nascondeva dietro le tende di casa per ascoltare i discorsi dei "grandi". Spunti di indagine annidati in ogni pagina, aneddoti inediti sui retroscena della politica regionale ma anche nazionale, come la cena organizzata dal padre la sera della votazione del primo governo Berlusconi per impedire che un senatore dell'opposizione andasse in aula a votare contro. L'operazione riuscì e Berlusconi, racconta il giovane Sciangula, chiese: "Onorevole, come posso ringraziarla?". "Per adesso, con una stretta di mano", rispose sornione il genitore. Ringraziamenti evidentemente attesi anche da un altro big della politica siciliana, per il quale il giovane "figlio del sistema" fu chiamato a votare dal padre, nonostante fosse esponente di una corrente acerrima nemica: "Papà si portò il dito indice alle labbra, mimando il segno del silenzio - scrive l'autore - quel giovane candidato, sbarcato dal mondo della medicina radiologica, si chiamava Salvatore Cuffaro e da lì ne avrebbe fatta di strada... ".
Oggi Alfonso Sciangula è testimone in un processo per riciclaggio della Dda, è stato sentito anche nell'inchiesta contro il deputato carabiniere accusato di mafia Antonio Borzacchelli, e vive lontano dalla Sicilia alimentando il suo blog "Contromafia" su Internet. La sua famiglia lo ha preso per pazzo, gli amici si sono dileguati: "Dicono che chi cerca la verità è un pazzo che vuole essere ammazzato - scrive - e prima o poi finirà che mi ammazzeranno davvero, e quindi questo libro è il mio testamento storico che voglio lasciare in eredità a tutti i bambini bravi e curiosi come me".
Le 120 pagine di "Figlio di partito" (Armando Siciliano editore) sono lo sconvolgente affresco del sistema di potere politico mafioso in Sicilia raccontato dall'interno, dagli occhi di un ragazzino curioso e determinato: "Gli amici di papà non mi hanno dato molta scelta - scrive - o con loro o contro di loro: tertium non datur". Con alcune rivelazioni sorprendenti che spiegano le inchieste di questi ultimi mesi condotte dalla procura su mafia e politica: ecco saltare fuori, infatti, la rete di "talpe" istituzionali, pronte ad informare politici ed imprenditori degli sviluppi di ogni inchiesta. Papà e i suoi amici le allevavano in laboratorio: "Prima una villetta, tutto spesato, magari vicino casa dell'allevatore - scrive - poi la macchina a prezzo di favore, un bel posto di lavoro alla moglie, la destinazione ad altro incarico fino ad arrivare a venti milioni al mese, "come un senatore" sentivo dire". Nomi nel libro non ne fa, ma offre qualche indicazione: "Alcune di queste persone le ho incontrate dopo, sono state premiate, hanno cambiato mestiere, hanno fatto il salto tre gradini alla volta in ciò aiutate da chi ha ereditato il testimone di quel sistema. Anche questo si eredita in politica. Una, nome in codice Paolo, si è fatta una di quelle salitone a rifarla una persona normale ci mette tre generazioni che uno si chiede: ma come avrà fatto?".
Tra campagne elettorali condotte a colpi di buoni benzina, vacanze tra Saint Moritz e Porto Cervo con ministri e sottosegretari, bacchettate ai falsi moralisti dc e degli altri partiti, anche dell'opposizione, orologi da 50 milioni di vecchie lire finiti nelle tasche di funzionari corrotti e altri regali improvvisamente spariti nel calderone dell'occultamento delle prove, corrieri carichi di valigie stracolme di miliardi dirette in Svizzera, il teatrino della politica siciliana va in scena nel libro del giovane "figlio di partito" che racconta anche Cosa Nostra, per averla vista da vicino, sempre a braccetto, oggi come ieri, del potere politico: "La mafia è formata da due tipologie di persone: quelle che pensano e quelle che uccidono. Quelle che pensano difficilmente finiscono in galera e mai per reati di mafia, quelle che uccidono si, oppure si danno alla latitanza o muoiono ammazzati. Ed è questa l'unica differenza". Una mafia respirata in casa sin da bambino: "Una volta un amico di papà colpì il figlio con un ceffone perchè aveva pronunciato la parola "mafia". Chi ti ha insegnato queste stronzate?, gli chiese. Io ci rimasi molto male, perchè quella parola gliel'avevo insegnata io". "Ora mi dicono che sono cascittuni, muffutu, sbirro, Buscetta e tragediaturi, parole che vogliono dire che parlo troppo - conclude il giovane autore - e questo è il racconto di un tragediatore, perchè in Sicilia chi dice la verità è sovente definito così. Ma ci sono tragediatori laddove sussistono i presupposti per le tragedie...".
da l'Unità del 27 settembre 2004

Racconto ingenuo e lucida accusa

di Maria Mazzei

Un libro a metà tra l'ingenuo racconto di un bambino alle prese con cose da grandi e la lucida accusa ad un intero sistema di potere questo "Figlio di partito. Visti da bambino gli amici di papà" di Alfonso Sciangula (Armando Siciliano Editore). E' il racconto del figlio appunto di Salvatore Sciangula, importante uomo politico siciliano che nella sua lunga carriera ricoprì incarichi nel governo della regione Siciliana e più tardi di capogruppo all'Assemblea regionale. Un figlio d'arte insomma Alfonso Sciangula, anzi di partito; che annovera tra gli eccellenti parenti anche Giuseppe Sinesio, sottosegretario in vari ministeri e poi vice presidente del partito negli anni Settanta. Entrambi ex sindaci di Porto Empedocle (nell'agrigentino) ed entrambi appartenenti alla potente Democrazia Cristiana siciliana, alla corrente andreottiana.Alfonso Sciangula - cui viene rimproverato di "sputare nel piatto nel quale ha mangiato" - ripercorre la sua infanzia scandita dalle visite, dagli incontri e dai comizi del padre cui assiste con sorprendente curiosità; troppa curiosità, fino al punto di venire allontanato da certe riunioni. Ma l'esclusione non fa che aumentare la voglia di sapere di capire e di investigare i meccanismi di una pratica politica della quale il padre era maestro ed artefice. Politica clientelare, quella vecchio stile, in cui il cittadino-suddito veniva ascoltato ed esaudito dal suo padrino politico; in cui i partiti e i loro vari esponenti locali e nazionali altro non erano se non portatori di doti, di servizi e di relazioni. "Una volta - scrive Sciangula - chiesi a mio padre come si facesse a ricoprire un incarico di alta responsabilità". E il padre - il maestro - risponde che conquistare una poltrona è come "partecipare ad un'asta in cui ogni partecipante portava qualcosa da offrire e da porre sul piatto della bilancia per essere soppesato". Questa era la politica ai tempi di Sciangula, fino all'avvento della fantomatica Seconda Repubblica. Una politica che conosceva bene anche la mafia, naturalmente. Tanto bene da conoscere alla perfezione che anche il linguaggio doveva essere uno strumento ben mediato dell'attività di propaganda: mai parlare di mafia, di latitanti, e soprattutto di antimafia. Alla mafia, per Sciangula, in pochi hanno resistito: resistito "al richiamo dell'accordo facile, del compromesso spartitorio, che assicurava favori e protezione da un lato e voti e/o soldi da riciclare dall'altro". Appare ineluttabile la scelta di colludere con la mafia, quando l'autore amaro afferma che "sono pochi, anzi inesistenti, i partiti che in Sicilia non hanno avuto rapporti di connivenza con la mafia".Si tratta di una politica marcia, all'interno e all'esterno dei partiti. In cui un politico non deve solo comprarsi i voti del proprio compagno di squadra, che gli è negato per lotte intestine; ma talvolta anche quello della squadra avversa, in un consociativismo cui non erano estranei il sistema imprenditoriale e quello dell'informazione. E' il sistema che ben conosciamo, quello di Tangentopoli. Scoppiato e mai risolto perché - come sostiene l'autore - la Verità, quella che ha lasciato dentro le istituzioni e dentro l'amministrazione pubblica le "talpe" che allora come oggi assicurano impunità e protezione - fino a che il cavallo è in sella e poi di nuovo a disposizione per il novello potente del momento - sono rimaste al loro posto. E quel sistema, quello di Tangentopoli, sarebbe caduto non per i colpi dei moralizzatori, ma per la sua stessa insostenibilità. E' stato l'enorme debito pubblico che ha scompaginato le carte, più delle "accuse, delle indagini, delle condanne e delle reticenze della stessa magistratura che per anni non era intervenuta, così come non era intervenuta la Corte dei COnti, il Tar, il Co.re.co e quant'altrio dovevano controllare e non hanno controllato". Una sorta di bestiario moderno in cui gli amici di papa si muovono sul palcoscenico di un sistema politico malato che produce malattia. Sono molti gli "attori" di questa recita tragicomica in un gioco - quello proposto dall'autore - di identificazione possibile solo attraverso la decodifica di soprannomi, linguaggi e vezzi. Come a dire - chissà se a ragione -: sono tutti uguali.

da www.cuntrastasmu.org


postato da: carcarazzo | 13:12 | commenti
il mio libro