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mercoledì, 30 gennaio 2008
postato da: carcarazzo | 13:54
| commenti sabato, 26 gennaio 2008
Cuffaro si dimette oggi 26 gennaio 2008
LA RICOTTA di pecora sarà stata anche fresca ma quei dolci che profumavano di cannella gli hanno fatto veramente male. Più dell'inchiesta per mafia. Più dei cinque anni di condanna per favoreggiamento. Più delle coltellate alle spalle tirate dai suoi amici di Forza Italia. Sembravano buoni, cremosi, avevano una cialda croccante. In realtà erano avvelenati. Il sonno l'ha perso già. E forse, nei prossimi giorni, per quei cannoli perderà anche la poltrona di governatore che sognava sua fino al 2011. Ha appena incassato la fiducia del parlamento siciliano ma, per la prima volta da quando è stato eletto, Totò Cuffaro sta pensando seriamente di dimettersi. Oggi alle 12 su sua richiesta si riunisce l'Assemblea regionale "per comunicazioni urgenti". "Mi hai rovinato", ha confessato quasi rassegnato l'altra mattina a Michele Naccari, il fotografo che all'indomani della sentenza - sabato 19 gennaio - l'ha immortalato in una sala di Palazzo d'Orleans con in mano un vassoio stracolmo dei quei trionfi della pasticceria siciliana. L'aveva appena sollevato, come se volesse offrire cannoli a tutti per la gioia di avere scansato l'accusa di avere favorito Cosa Nostra, incurante del severo giudizio del Tribunale di Palermo, deciso comunque a non dimettersi "perché la maggioranza dei siciliani mi ha pregato di non andare via". La foto di Totò con i cannoli ha fatto il giro del mondo. A Palermo, il giorno prima, l'avevano difeso e perdonato (quasi) tutti per i cinque anni di reclusione. A Palermo, il giorno dopo, l'hanno attaccato (quasi) tutti per la guantiera di dolci esibita pomposamente ai reporter e alle telecamere. Del governatore imputato è rimasta soltanto quell'immagine e quel ricordo: condannato e festoso, interdetto dai pubblici uffici e goloso. Una settimana dopo lo show nelle sale di Palazzo d'Orleans - e le polemiche su un Totò Cuffaro favoreggiatore che a tutti i costi non vuole mollare la guida della Regione siciliana - vi raccontiamo come sono andate le cose e come quei cannoli sono arrivati sul tavolo dove lui provava a spiegare che non aveva mai passato informazioni segrete ai boss di Cosa Nostra. Il governatore è scivolato in una trappola. Una trappola che ha preparato lui stesso. Totò è finito prigioniero del suo "sistema", del suo modo di fare politica, incastrato da quella stessa straordinaria macchina clientelare che proprio lui ha messo in piedi in ogni provincia della Sicilia e che quel sabato mattina - attraverso casuali emissari - gli ha recapitato il vassoio di cannoli. Quello che gli è rimasto sulla pancia. "Sto riflettendo sulle mie dimissioni, sto soffrendo troppo e a questo punto non le escludo", ha fatto sapere ieri sera prima di ritirarsi con la famiglia nelle sue tenute, fra le colline e le vigne al confine della provincia di Enna con Caltanissetta. Il suo calvario è cominciato proprio quella mattina, il giorno dopo la sentenza. La cialda l'avevano farcita di ricotta all'alba, nel laboratorio di pasticceria del Motel San Pietro a Castronovo di Sicilia, sulla statale 189 che da Agrigento porta a Palermo. Un'ora dopo alcuni vecchi amici di Totò erano partiti da Raffadali, il paese del governatore, per andare a salutare il loro presidente a Palazzo d'Orleans. "Lo fanno sempre, ogni settimana", ha spiegato Silvio Cuffaro, fratello di Totò e sindaco di Raffadali. A metà strada, sabato scorso gli amici si sono fermati al Motel San Pietro e hanno scelto i cannoli (quelli di ricotta di pecora) da omaggiare al governatore. Così il vassoio maledetto è finito a Palazzo d'Orleans. Verso le 10 del mattino i commessi della presidenza della Regione hanno scartato il pacco e sistemato due vassoi (in uno c'erano paste di mandorla) sulle scrivanie dove i giornalisti erano in attesa del governatore per la conferenza stampa dopo la fine del processo. Nessuno ha dato peso a quei cannoli profumati. Nemmeno i suoi stretti più collaboratori, che erano tutti lì intorno. Nemmeno uno di quei 23 addetti stampa - tutti con la qualifica di redattori-capo assunti per chiamata diretta e con uno stipendio minimo di 3.800 netti al mese - che curano la sua immagine e divulgano il suo pensiero. Nessuno li ha fatti sparire dai tavoli. Nessuno li ha portati via, sottratti alla vista di giornalisti e fotografi. Al contrario sono rimasti lì, preda dei più ingordi. In verità è stato proprio Totò Cuffaro ad alzare il vassoio per appoggiarlo da qualche parte. È stato in quel momento che Michele Naccari ha scattato una decina di foto: il governatore sorridente con i cannoli in mano. Il resto della vicenda è nota. Le cariche del presidente dell'Assemble siciliana Gianfranco Micciché e dell'ex ministra di Forza Italia Stefania Prestigiacomo ("A noi questa Sicilia dei cannoli non ci piace"), la procura della repubblica che ha avviato le procedure per la richiesta di sospensione per Cuffaro, il dibattito fra giuristi che si è aperto sull'applicabilità al Presidente della Regione delle norme che prevedono la "destituzione" dei pubblici amministratori condannati - per alcuni reati - anche in primo grado. Lui, Totò Cuffaro, non ha più parlato in pubblico. Ha confidato agli amici di non avere dormito mai da sabato scorso. Tormentato, aspetta ancora. Il suo destino di governatore sembra adesso incrociato alla crisi romana, a quello che accadrà nei prossimi giorni con la caduta del governo. Ultima nota della Cuffaro-story, il pentimento del pasticciere di quei famigerati cannoli riempiti di ricotta nel laboratorio di Castronovo di Sicilia: "Se avessi saputo che avrebbero creato problemi a Totò mi sarei tagliato le mani...". Il pasticciere si chiama Vincenzo Bonaccolta, è un fan di Cuffaro, un vecchio amico. Andavano a scuola insieme, lui e Totò erano compagni di classe ai Salesiani. (26 gennaio 2008) da www.repubblica.it postato da: carcarazzo | 10:42
| commenti (1) venerdì, 25 gennaio 2008 CUFFARO DIMETTITI Palermo, sabato 26 gennaio ore 16:30 P.za Politeama. Manifestazione per chiedere le dimissioni di Cuffaro.
postato da: carcarazzo | 17:32
| commenti giovedì, 24 gennaio 2008 DIPIETRO:"CUFFARO DIMETTITI" "Al Presidente del Consiglio dei Ministri On.le Prof. Romano PRODI postato da: carcarazzo | 11:59
| commenti
postato da: carcarazzo | 11:45
| commenti venerdì, 18 gennaio 2008 CUFFARO CONDANNATO 5 ANNI ED INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI
PALERMO - Il presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, è stato condannato a 5 anni nel processo per le 'talpe' alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. La terza sezione penale del Tribunale, presieduta da Vittorio Alcamo, ha escluso l'aggravante di aver favorito la mafia. A Cuffaro è stata applicata anche la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. postato da: carcarazzo | 21:29
| commenti VESCOVI IN PREGHIERA PER CUFFARO ! NOBILTA' LAICA
Veglie di preghiera in tutta l´Isola, una processione di amici e colleghi a casa di Cuffaro. Alla fine, è arrivato anche il vecchio maestro Calogero Mannino a testimoniare la propria vicinanza al governatore che attende la sentenza del processo Talpe, in cui è imputato di favoreggiamento alla mafia, per sapere se e come proseguirà la propria attività politica. Il senatore giunge davanti all´abitazione del presidente intorno alle 18, per ricambiare la visita che Cuffaro gli fece nel luglio del 2001, quella dei cinque baci stampati sulle guance di Mannino dopo la sentenza di assoluzione in primo grado. «Non si finisce mai», soffia l´ex leader Dc soltanto accennando allo stretto connubio fra giustizia e politica che ha caratterizzato la vita pubblica dell´Isola negli ultimi anni. «Io so cosa significa la vigilia di una sentenza, ma sono sensazioni indefinibili. Ci si affida al Signore e alla famiglia. Si prega». E proprio quello religioso è il leit-motiv di questi giorni che precedono il verdetto. I «fedelissimi» di Cuffaro si sono raccolti ieri sera in preghiera in diverse parti dall´Isola, da Palermo a San Vito lo Capo, da Agrigento a Siracusa, passando per Caltanissetta. Nel Capoluogo l´invito a pregare per il governatore ha viaggiato sugli sms. Appuntamento nella parrocchia di Santa Lucia, di fronte all´Ucciardone, alle 21,30: lì si è svolta la veglia organizzata da un assessore e un consigliere comunale dell´Udc, Pippo Enea e Doriana Ribaudo, che avevano lanciato un passaparola in giornata attraverso una catena di messaggi telefonici. In piazza della Pace si è radunata una trentina di persone, con una stretta selezione degli ingressi in chiesa. «Siamo qui per stare vicini al presidente che sta vivendo il momento più difficile della propria vita politica, evitando di assediarlo con le visite domestiche», spiega Enea. Ma non è l´unica manifestazione di questo tipo organizzata in Sicilia nell´attesa della sentenza: altre veglie di preghiera, ieri sera, si sono tenute a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, nella provincia di Agrigento, a Siracusa, a Caltanissetta. «È la testimonianza del grande affetto che c´è intorno al presidente», dice il segretario regionale dell´Udc Saverio Romano, che ha lasciato Montecitorio e il dibattito sulle dimissioni di Mastella per attendere il verdetto al fianco di Cuffaro. Lo stesso presidente, a conferma del suo legame con il mondo ecclesiastico, rompe il silenzio in cui si è chiuso nelle ultime ore per dire che «fra le centinaia di telefonate che sto ricevendo non mancano quelle di prelati, finanche vescovi, che mi hanno inserito nelle loro novene». Cuffaro da mercoledì ha di fatto sospeso la propria attività amministrativa. Si è chiuso in casa con i familiari, dove ha seguito in tv l´evolversi della vicenda Mastella e dove ha ricevuto i "saggi" del partito come Mannino ma anche giovani e donne, come la Ribaudo appunto. «Nel caso mi debba dimettere, andate e portate avanti quello che ho iniziato io», ha detto il presidente, nella testimonianza di un ospite. I leader della Casa delle Libertà, dal presidente dell´Mpa Raffaele Lombardo al segretario regionale di Forza Italia Angelino Alfano, si sono fatti sentire telefonicamente per esprimere solidarietà mentre all´Ars, dopo l´approvazione del bilancio e della Finanziaria in commissione, avvenuta mercoledì i lavori si sono in pratica fermati. La seduta di Sala d´Ercole è stata aperta e subito rinviata a martedì prossimo alle 17: un passaggio tecnico per "incardinare" la manovra in aula. È stato fissato alle 13,30 di lunedì il termine massimo per la presentazione degli emendamenti da parte dei deputati. Poi la settimana prossima si passerà all´esame degli articoli dei documenti economici. Ma il dubbio è: a quel punto Cuffaro sarà ancora in carica? Il quesito che attraversa la politica siciliana. «Io credo di sì, non voglio pensare ad altre ipotesi. E la fiducia, non so perché, cresce di minuto in minuto», azzarda il capogruppo dell´Udc Nino Dina. Lui, il presidente, la fine ha deciso di vivere l´ultima fase dell´attesa (la sentenza potrebbe arrivare già oggi) con una puntata fuori porta. E nel pomeriggio è andato con un amico dirigente della Regione nella sua tenuta di campagna fra le province di Enna e Caltanissetta, dove ha un vigneto. Il ritorno in serata: dopo una visita all´avvocato Nino Mormino, deputato di Forza Italia, il rientro a casa e le ultime visite. Cuffaro ha già detto nei giorni scorsi che non andrà a Pagliarelli ad assistere alla lettura della sentenza da parte del tribunale: «Non me la sento». E anche Romano ha deciso di stargli vicino, rinunciando alla presenza nell´aula del carcere palermitano dove sarà reso noto il dispositivo: «Credo che a Totò faccia piacere». da la Repubblica di Emanuele Lauria 18 gennaio 2008 postato da: carcarazzo | 13:08
| commenti martedì, 15 gennaio 2008 NO AL RIGASSIFICATORE DI PORTO EMPEDOCLE
Il commissario Montalbano dovrebbe fare il diavolo a quattro per tentare di fermare il delitto che si sta consumando proprio nella sua Vigàta, alias Porto Empedocle. Ma Montalbano, o meglio il suo inventore Andrea Camilleri, sebbene più volte sollecitato, non risponde, non parla, segno che non vuole immischiarsi in questa brutta faccenda del rigassificatore che l'Enel Nuove energie, per una pura e semplice convenienza economica, vorrebbe costruire a due passi dalla Valle dei Templi. Ma è un silenzio davvero sprecato, quello di Camilleri, perché in questa vicenda, sulla quale la magistratura agrigentina ha aperto un'indagine, ci sono sufficienti indizi per ritenere che dietro ad essa si nasconda un torbido intrigo di palazzo, un intrigo in cui proprio il suo celebre investigatore Montalbano, se solo potesse, farebbe carte false pur di ficcarci seriamente il naso. I personaggi coinvolti sono tanti, ma quelli di un certo peso, quelli cioè che con il loro decisivo «parere favorevole» hanno dato il via libera al rigassificatore dell'Enel, ricoprono tutti importanti incarichi istituzionali grazie ai buoni uffici che hanno presso il presidente della regione Sicilia, Totò Cuffaro, padre putativo e grande sponsor del mostro in questione. Un mostro da 320 mila metri cubi di cemento e acciaio, che qualora andasse davvero in porto, stando alle stime della stessa multinazionale italiana dell'energia, dovrebbe sfornare la bellezza di otto miliardi di metri cubi di gas all'anno: gas che Enel, attraverso gigantesche navi metaniere, importerebbe allo stato liquido dalla Nigeria, per poi destinarlo, una volta trasformato in prodotto gassoso, al mercato energetico del Nord Italia (forse anche a quello estero) usufruendo del vicino gasdotto della Snam distante appena sei km da Porto Empedocle. Il business è colossale, calcolato in almeno tre miliardi di euro l'anno, e l'Enel non intende assolutamente rinunciarvi, neanche se in ballo, come in questo caso, ci sono le sorti di una delle aree archeologiche ritenute dall'Unesco «tra le più belle al mondo»; neanche se a rimetterci le penne, oltre alla naturale vocazione turistica della zona, legata appunto alla Valle dei Templi (700 mila turisti l'anno), saranno anche le attività lavorative più strettamente legate all'economia marina. Decine di chilometri di mare agrigentino verrebbero infatti interdetti a chiunque nei centocinquanta giorni (almeno volte tre a settimana) in cui l'Enel prevede di far arrivare le suddette metaniere a Porto Empedocle. E questo perché, essendo le stesse gasiere delle «potenziali bombe atomiche», un minimo incidente o una collisione con un'altra imbarcazione rischierebbero di provocare un disastro di dimensioni incalcolabili. L'impianto di rigassificazione è tra l'altro previsto ad appena ottocento metri di distanza dal centro abitato, più precisamente in una ex area industriale vicina al porto, proprio a ridosso del parco letterario Luigi Pirandello, in Contrada Caos, un promontorio di «rara bellezza paesaggistica» e in quanto tale sottoposto a vincolo da una legge speciale della stessa regione Sicilia. In un contesto insomma decisamente inopportuno, sotto tanti punti di vista, per un impianto «a rischio di incidente rilevante» come è quello che si vuole costruire. Ma gli affari sono affari e per la legge dell'Enel non ci sono altri argomenti che tengano. Il discorso però cambia radicalmente se ad assecondare gli interessi economici della multinazionale sono quelle stesse istituzioni che per loro natura dovrebbero al contrario gridare allo scandalo per lo scempio che si annuncia. E invece no, non è così: infatti sia la soprintendenza ai beni culturali e archeologici di Agrigento, sia la sezione italiana della stessa Unesco, sotto la cui «protezione internazionale» ricade la Valle dei Templi, si sono schierate con il nemico. Sullo stesso fronte è sdraiato anche il comune di Porto Empedocle, il cui sindaco Calogero Firetto sostiene la causa facendosi portavoce di una stravagante teoria - tutta cuffariana - secondo la quale «il rigassificatore non solo porterà sviluppo e occupazione nel nostro comune, ma rappresenta un'opportunità proprio per rilanciare il turismo nella Valle dei Templi». Un miracolo che secondo il Cuffaro-pensiero dovrebbe avvenire in questo modo: «Dato che per consentire l'attracco delle metaniere l'Enel dovrà necessariamente adeguare le strutture del porto, questo consentirebbe anche alle navi da crociera di approdare finalmente a Porto Empedocle». Se non è una presa in giro, poco ci manca. Ma dal sindaco Firetto, al quale in realtà premono soprattutto le compensazioni (soldi e infrastrutture viarie) che l'Enel dovrà dare al comune in cambio delle licenze edilizie, torneremo tra poco, anche perché il suo è un caso davvero interessante. Intanto vediamo cosa scrive la Soprintendente di Agrigento Gabriella Costantino nel suo benestare all'impianto: «Questa soprintendenza, nell'esprimere il parere di competenza nella trattazione del procedimento istruttorio si è soffermata esclusivamente alle superiori argomentazioni di carattere meramente paesaggistico, ritenendo conducibili alle proprie competenze solo le valutazioni di carattere estetico percettivo». Tradotto, la soprintendente dice di aver valutato l'impatto ambientale del rigassificatore (due mega serbatoi alti 47 metri e larghi 72, parte dei quali sotto il livello del mare) mettendo a confronto il suo aspetto estetico con le strutture degradate dell'area industriale dismessa in cui dovrebbe appunto sorgere l'impianto. Lo ha insomma decontestualizzato da tutto il ben di dio che c'è intorno, non ritenendolo di competenza sui pericoli che esso rappresenta. Per dirla in maniera ancora più chiara, ha chiuso non uno ma tutti e due gli occhi, al punto da lasciare allibiti sia la presidente dello stesso parco archeologico di Agrigento, Rosalia Camerata Scorazzo, sia i suoi due predecessori alla soprintendenza, gli archeologi Graziella Fiorentini ed Ernesto De Miro, firmatari di un appello - sottoscritto da decine di altre personalità del mondo della cultura - in cui chiamano in causa direttamente le più alte cariche dello stato e il capo del governo Prodi per «scongiurare la sciagurata ipotesi del rigassificatore a un km dalla Valle dei Templi e adiacente alla casa natale di Pirandello». Altri appelli, firmati da Legambiente, Italia nostra, associazione Free, nonché dal presidente del Consiglio nazionale dei beni culturali Giovanni Settis, invitano la stessa soprintendente a revocare, finché c'è ancora tempo, il nulla osta concesso all'impianto. Ma ci si chiede: «Com'è possibile una tale superficialità?» La spiegazione potrebbe forse essere la seguente: la dottoressa Costantino è una apprezzata storica dell'arte e in questa veste ha firmato anche varie pubblicazioni, ma nel curriculum che quattro anni fa l'ha portata al vertice della soprintendenza manca un particolare importantissimo: non c'è scritto infatti che a tale ruolo sarebbe stata fortemente sponsorizzata proprio da Cuffaro, con il quale, oltre ad essere legata politicamente, ha anche - legittimi per carità - stretti rapporti di amicizia, anzi di «adorazione» come lei stessa rivendica, e relative frequentazioni familiari. Tutto ciò ha a che fare con il suo sì al rigassificatore? La Costantino lo nega con tutto il fiato che ha in gola, dice che quel parere è stato scritto dai suoi uffici tecnici e minaccia querele «nei confronti di chi insinua una sciocchezza del genere». Ma ad Agrigento sono in molti a rilevare questa strana coincidenza. Così come appare assai strano il comportamento di Giovanni Puglisi, capo della commissione italiana dell'Unesco, il quale prima ha bocciato il rigassificatore, poi ha mandato all'inferno il Tempio della Concordia. Questa la lettera da lui indirizzata allo stesso Cuffaro il 4 aprile scorso: «Mi onoro e mi sento in dovere di porre alla Tua attenzione l'effetto deturpante che potrebbe avere l'impianto di rigassificazione sull'area archeologica di Agrigento, mettendo a rischio la permanenza del sito nella Lista del patrimonio dell'umanità Unesco e conseguentemente arrecando grave pregiudizio all'attività turistica dell'area». Una presa di posizione quasi ultimativa, che però Puglisi si rimangia il 12 dicembre in un'intervista a La Sicilia: «Io da siciliano e da amante della Valle dei Templi forse avrei preferito che il rigassificatore si costruisse altrove. Ma poi mi vengono a spiegare che si tratta di un'operazione che ha una forte valenza economica per la Sicilia e mi spiegano anche che non c'è un impatto negativo per l'ambiente, a questo punto occorre buon senso. Le innovazioni dobbiamo pure farle». Una conversione a 360 gradi. Ma cos'è accaduto nei quattro mesi che hanno diviso il Puglisi anti al Puglisi filo rigassificatore? Proviamo a spiegarlo così: il professor Puglisi non è soltanto il capo dell'Unesco Italia, ricopre infatti una miriade di altri incarichi accademici (tra l'altro è rettore della Libera università di lingue e comunicazione Iulm di Milano), ma è anche e soprattutto un banchiere e in questa veste è presidente della Fondazione Banco di Sicilia, titolare tra l'altro di un pacchetto azionario, pari allo 0,6%, in Unicredit, dove insieme alla stessa regione Sicilia, titolare di un altro 0,62% dello stesso Bds, esprime un consigliere di amministrazione. E' dunque un uomo d'affari, un imprenditore, e politicamente parlando (è stato anche assessore alla cultura a Palermo nella prima giunta Cammarata) fa parte della stessa cordata di Cuffaro, di cui è grande estimatore di vecchia data. Tutto questo ha a che fare con il suo voltafaccia? Il sospetto che sia stato proprio Cuffaro a traghettarlo sulla sponda opposta non costituisce ovviamente reato, ma visto il conflitto di interessi di cui è palesemente detentore Puglisi, forse non hanno tutti i torti le associazioni che fanno parte del Comitato provinciale contro il rigassificatore a chiedere le sue dimissioni almeno dall'Unesco. A proposito di conflitti di interesse, un altro amico di Cuffaro che ne impersona uno grande quanto una casa è proprio il sindaco di Porto Empedocle, altro perno decisivo per le sorti del «gioiello» dell'Enel. Senza le relative concessioni edilizie del comune, i cantieri del rigassificatore non potrebbero infatti mai partire. Ma è uno scoglio che non esiste. Per due motivi: primo perché Firetto, esponente dello stesso partito di Cuffaro (Udc), se siede sulla poltrona più alta del municipio è proprio per volontà del governatore siciliano (l'agrigentino è la sua roccaforte elettorale) e quindi non farebbe mai un torto al grande capo; secondo perché Firetto è anche un dipendente in aspettativa della stessa Enel (è capo del personale nella sede di Agrigento) e per questo motivo non si metterebbe mai di traverso al suo potentissimo datore di lavoro. E infatti Firetto non fa una piega, sostiene a spada tratta la causa del rigassificatore con le motivazioni sopracitate. I suoi concittadini non lo vogliono, o quantomeno vorrebbero saperne di più dei rischi che corrono dovendolo avere eventualmente dentro casa. A tale proposito la direttiva Seveso dell'Ue (recepita anche dall'Italia) parla chiaro per gli impianti industriali ad alto rischio come questo: «Le popolazioni interessate devono essere informate e coinvolte nelle decisioni». Ma a Porto Empedocle l'opinione dei 17 mila abitanti fa paura, tant'è che il comune ha respinto la richiesta di consultazione popolare (cosa che invece ha recentemente accolto il vicino comune di Agrigento) presentata dal Comitato provinciale per il referendum contro il rigassificatore. E' una violazione bella e buona della stessa legge Seveso, ma è soltanto l'ennesimo sgradevole episodio tra i tanti che hanno caratterizzano questa storia sin dall'inizio, sin da quando, nel 2004, ha iniziato a muovere i primi passi sotto altre generalità. Il progetto del rigassificatore, per la cui realizzazione è previsto un investimento di oltre 500 milioni di euro, è stato infatti formalmente presentato da una società a responsabilità limitata, la Nuova energie srl, di cui era titolare al 90% il gruppo siderurgico bresciano Stabiumi, e del restante 10% la Gi Gas di Siderurgia Investimenti. L'Enel ha rilevato la quota Stabiumi soltanto nel giugno scorso, dopo cioè che il progetto aveva ottenuto l'approvazione della regione. «Perché - si chiede il presidente del comitato referendario Joseph Morici, che per la sua opposizione al rigassificatore ha anche ricevuto due minacce di morte di probabile matrice mafiosa - l'Enel non ha presentato direttamente il progetto, visto che già all'epoca si parlava di una sua acquisizione di Nuove energie? Che bisogno aveva di mandare avanti una scatola vuota? E perché la regione ha rilasciato le autorizzazioni a un'azienda che non solo non aveva nessuna esperienza sui rigassificatori ma non aveva neanche i soldi per realizzarlo?». E' un giallo che dovrà chiarire la procura di Agrigento, alla quale il comitato anti-rigassificatore ha inviato un esposto in cui ricorda un caso simile accaduto due anni fa a Brindisi, dove fu proprio una società srl a presentare il progetto del rigassificatore che la British Gas voleva costruire nel porto della città pugliese. Secondo i magistrati brindisini, che smantellarono l'imbroglio facendo arrestare cinque persone tra imprenditori e amministratori locali, la srl era servita per far transitare tangenti allo scopo di ottenere le autorizzazioni comunali. «Sicuramente non è il nostro caso - precisa a scanso di equivoci Morici - ma sarebbe opportuno verificare la trasparenza delle procedure autorizzative seguite anche per il rigassificatore di Porto Empedocle». L'impianto Enel è ora sotto l'esame della commissione interministeriale che a Roma sta valutando il suo impatto ambientale. La sentenza, che sarà quella conclusiva, è prevista nelle prossime settimane. Ma nei prossimi giorni è prevista anche un'altra sentenza, altrettanto importante, quella al processo sulle talpe alla Dda di Palermo nel quale Totò Cuffaro è imputato per favoreggiamento aggravato e rivelazioni di segreti d'ufficio alla mafia (la procura ha chiesto otto anni di reclusione). Lo stesso Cuffaro ha detto e ribadito che se verrà condannato si dimetterà da governatore. In questo caso anche il «suo» rigassificatore potrebbe rimetterci la pelle. da l'Unità postato da: carcarazzo | 17:32
| commenti martedì, 08 gennaio 2008 CONTRADA: "CHI ERA COSTUI ?"
Bruno Contrada, già capo della squadra Mobile di Palermo, poi della Criminalpol e infine numero 3 del Sisde,è stato condannato sette mesi fa a 10 anni di reclusione dalla Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa: per il suo trentennale «contributo sistematico e consapevole alla conservazione e al rafforzamento di Cosa nostra». Della sentenza definitiva non si conoscono ancora le motivazioni. Sono note però quelle della condanna d’appello del 2006, chiesta e ottenuta dal Pg Nino Gatto e confermata dalla Suprema Corte: 792 pagine firmate dal presidente Salvatore Scaduti e dai giudici a latere Chiara Boni e Giuseppe Melisenda, che illustrano le accuse a suo carico (lanciate non solo da mafiosi pentiti, ma soprattutto da incensurati: magistrati, poliziotti, parenti di vittime della mafia) e i riscontri che le hanno supportate. Il testo integrale è da oggi sul blog www.voglioscendere.it. Ne riportiamo una sintesi. da l'Unità di Marco Travaglio |